E' forte, bruto, coraggioso. Schivo e fiero, se lo ferisci non dimentica. Dal 18 agosto sarà in programmazione nelle sale cinematografiche Conan the Barbarian, remake del regista Marcus Nispel (Non aprite quella porta, Venerdì 13) - film che racconta le gesta dell'eroe cimmero inventato dalla penna di Robert E. Howard negli anni Trenta- che si impone all'attenzione come nuova interpretazione della prima grande trasposizione cinematografica, quella di Milius (Un mercoledì da leoni).
Siamo nel 1982 e Milius crea un'icona del cinema d'azione, il primo Conan il Barbaro, versione nella quale viene consacrato Arnold Schwarzenegger come sua indiscussa personificazione, versione nella quale il concetto di mito, leggenda, di narrazione epica, trovano massima espressione. Decidere di realizzare un film che si ispiri alla stessa storia e che ne porta il titolo è una scelta davvero audace: Milius negli anni Ottanta è riuscito non solo ad allontanarsi dai testi di Robert E. Howard, ma a sviluppare una storia originale, con personaggi comprimari nemmeno presenti nei libri (Tulsa Doom) edificando con la giusta dose di elementi lirici un vero e proprio capolavoro epico, pietra miliare del genere, piaccia oppure no.
Il reboot di Nispel, quindi, ha l'arduo compito di confrontarsi con un illustre predecessore e col portato culturale sfociato dalle avventure del famoso barbaro in vari campi: videogiochi, fumetti, tv. La pellicola però ci dimostra tutta l'astuzia del regista: lo scontro non è diretto. Il Conan di Nispel gioca la sua partita attraverso (pochi) espedienti filmici e tecnici diversi: l'esecuzione in 3D, la sovrabbondanza di immagini, la costruzione psicologica del personaggio attraverso le azioni (spesso esagerate), gli scarni dialoghi, quasi didascalie. La pellicola non vuole assomigliare a precedenti, vuole essere altro, più attuale più giovane, più ludico.
La trama rimane invariata: Conan nasce sul campo di battaglia, dove perde la vita la madre. Cresce in una comunità che lo educa alla lotta per sopravvivere, al combattimento estremo, alla fiera difesa dei pochi valori in cui credere, tra i quali l'onore e il senso della famiglia. Motore delle azioni del giovane Conan è la vendetta personale, su vari terreni di lotta, fino alla morte del suo acerrimo avversario, incontrato in tenera età e che non ha mai dimenticato. La narrazione però, per stessa ammissione del regista, si snoda in maniera differente: l'idea è proprio quella di dare al pubblico ciò che si aspetta, ma in modo innovativo. Jason Momoa, l'attore hawaiano che ne veste i panni, è infatti un Conan particolare: più attuale, più caricaturale, più patinato. La scelta di farlo entrare nel cast sembra quasi spinta dall'esigenza di collocare il film in un emisfero più simile a quello delle vignette (come quelle di Frank Franzetta). Togliere ogni pretesa di (pseudo)realismo, verosimiglianza, di parvenza storica. E' esagerazione, mascolinità spinta ai limiti dell'assurdo e del grottesco, possibile solo in questa messa in scena palesemente artefatta. E' come se il regista volesse creare un Conan più simile ad un Supereroe. Non di quelli da prendere ad esempio, non di quelli che ammiri perché salvano il mondo, è pur sempre un barbaro. Ogni possibile collocazione spazio-temporale lascia il posto al fantasy, alla magia, alle arti oscure. Così non ci sono altri personaggi comprimari che riescono a condividersi la scena, nemmeno la bellissima Tamara (Rachel Nichols), purosangue diretta della dinastia Acheron, che Conan salva - e che ama, a modo suo - dal suo feroce nemico Khalar. Non c'è spazio per i sentimenti. Dal punto di vista stilistico non ci sono grandi note di merito: non rilevano i paesaggi, i colori, le luci, la grana della pellicola. Lo snodo sequenziale è spesso realizzato attraverso voce fuori campo. Per tutto il film è il protagonista che domina la scena, con le sue debolezze, i suoi limiti e la sua violenta forza bruta. Conan è solo nel suo percorso, nella sua lotta, per perseguire il suo obiettivo. Obiettivo che non prevede manie di grandezza, regni da conquistare, potere da esercitare. La sua lotta ha come unico obiettivo vendicare suo padre. E' un barbaro, sembra ribadire più volte il regista: 'vive, ama e uccide, per questo è soddisfatto'. Se poi incidentamente riesce a salvare la nazione di Hyboria, beh, quella non era sua intenzione.




