Dopo l’uscita di giochi come Heavy Rain e L.A. Noire è difficile non riconoscere al mezzo videoludico una maturità espressiva nata dall’assimilazione dei linguaggi cinematografici integrati con un’interattività sempre più emozionale. Ma se i videogiochi hanno saputo imparare molto dal cinema la stessa cosa non si può dire del cinema che, nella maggior parte dei casi, non è stato capace di sfruttare gli spunti narrativi offerti dal mondo del gaming. Ultimo esempio di questa tendenza è il film Tekken, trasposizione cinematografica di una delle più acclamate e longeve saghe di picchiaduro. Come già avvenuto per altri giochi portati sul grande schermo, Tekken non tiene in considerazione lo sviluppo narrativo della saga a cui si ispira, snaturandone i personaggi e le loro motivazioni senza essere capace di offrire degli spunti originali. La cosa che più stupisce è che proprio nell’ultimo capitolo della saga, Tekken 6, era presente un’insieme di prologhi che contenevano quasi il soggetto per una buona trasposizione cinematografica: il complesso di Edipo rovesciato di Heihachi, la rivalsa del figlio rifiutato Kazuya che troverà la salvezza grazie all’amore della misteriosa Jun, la nascita di Jin, fragile agnello destinato a diventare lupo affamato di potere alla conquista del mondo, contro cui si ergerà il nuovo paladino Lars. Senza contare le sottotrame dei vari personaggi e i continui riferimenti ad antiche leggende e a patti col diavolo di faustiana memoria, tutti spunti che non sono stati presi in considerazione nel film che si riduce a raccontare la banale storia di un ragazzo, abile nelle arti marziali, che salverà il mondo.
L’errore principale del film non è tanto nel dare il massimo risalto alle scene d’azione rendendo la trama quasi un pretesto, il che sarebbe naturale per un film del genere se questo non fosse ispirato a un videogame. Mi spiego meglio: il regista Dwight H. Little ha cercato di ricreare il feeling del gioco (e non della storia) senza considerare l’impossibilità di creare delle sequenze di combattimento capaci di eguagliare l’interattività di un gioco, sopratutto di uno dei giochi più fluidi e con il miglior sistema di controllo del genere. L’autore avrebbe dovuto cercare di espandere i confini del gioco, sviluppando maggiormente l’universo narrativo, creando così una multitestualità e una continuità di racconto.
Poco riuscita anche la scelta di lasciare fuori alcuni dei personaggi storici della serie come Paul Phoenix, soltanto citato, o King preferendogli personaggi meno carismatici come Sergei Dragunov. Gli attori non spiccano certo per intensità ma comunque sono convincenti nelle scene d’azione, da segnalare la simpatica interpretazione di Luke Goss e la bella Kelly Overton.
Tekken risulta essere un film mediocre che non fa nessun passo avanti verso l’integrazione tra cinema e videogame, da questo punto di vista risulta essere molto più convincente la recente serie web Mortal Kombat Legacy capace di reinventare, in chiave cinematografica, le atmosfere del famoso picchiaduro.




