“Non lo dobbiamo accidere noi, lo deve accidere la casa”, afferma Paola, il personaggio interpretato egregiamente dall’attrice siciliana Guia Jelo, in un film che rivela sin dall’inizio le intenzioni di una narrazione anticonvenzionale e di genere, a cavallo tra il thriller e la commedia nera di tipica tradizione francese.
Dopo la morte del padre, Bruno (Alessandro Roia), radiologo milanese, prende possesso di una vecchia villa immersa in un oscuro paesaggio appenninico. La conoscenza dei vicini rozzi e incivili, condurrà il protagonista in un vortice di sospetti che mineranno per sempre le certezze del suo stesso passato familiare.
Opera prima del regista-sceneggiatore italo-francese Michael Zampino, questa pellicola ha il pregio di riesumare un genere dai tratti neri ed umoristici, in un panorama cinematografico italiano piuttosto omologato e uniforme, al quale risponde umilmente con un registro linguistico decisamente vario e versatile.
La collaborazione alla sceneggiatura di Ugo Chiti (L’imbalsamatore, Mare nero, Gomorra), supporta le tesi di un film linguisticamente scisso tra un realismo di matrice italiana – votato all’indagine periferica degli out-siders marginali, i volti autentici e regionali (la sicilianità di Paola, ad esempio) di un’Italia preistorica che ha partorito i suoi mostri – ed una visionarietà cupa e grottesca di derivazione straniera (in particolar modo francese), che assimila le fisionomie di personaggi arcaici e rurali, caricandole di tonalità torbide e paranoiche, nel tentativo di esasperare il disagio della provincia, attraverso una stilizzazione fortemente simbolica e mai superficiale.
Il perno della narrazione, come dimostra l’onestà gogoliana del titolo, è ravvisabile nella descrizione a tinte scure di un edificio, una strana eredità – una casa ottocentesca, immersa in un bosco degli appennini marchigiani – che si impone come protagonista silenziosa e ironicamente gotica, all’interno di un contesto paesaggistico fortemente vivace ed italiano, idiosincratico rispetto alle atmosfere grottesche ed espressionistiche degli horror o thriller nord-europei. Un genuino spaghetti-noir, intelligentemente sostenuto dalle scelte fotografiche assolutamente poco invasive di Mauro Marchetti (Mery per sempre, Il mattino ha l’oro in bocca) – le quali tendono a distaccarsi dagli artifici cromatici di genere, privilegiando soluzioni luministiche maggiormente vere e realistiche – e, in particolar modo, dal coerente concept scenografico di Cinzia Lo Fazio (N (Io e Napoleone), Angeli e demoni), alla quale va il merito di aver saputo “vestire” e sottolineare con eleganza, talvolta psichedelica, gli spazi di un’abitazione decisamente poco gotica, una dimora borghese e imperiosa, che sa impressionare per i suoi vuoti, i suoi silenzi, i suoi mobili coperti da strati di polvere e lenzuola sporcate dal tempo.
L’ulteriore grimaldello interpretativo de L’erede si evidenzia, inoltre, nell’analisi del confronto generazionale tra i due personaggi principali della storia, che si contendono l’ambita eredità, in una lotta violenta e dai tratti faustiani e diabolici. Bruno, il giovane e legittimo erede, si scontra con le pretese illegittime di Paola, figura tragicamente materna e complessa, in bilico tra un antagonismo patologico e la commuovente e fragile tenerezza di una donna sedotta, abbandonata e sepolta nelle realtà torbide di un aspro paesaggio boschivo, che la imprigiona da anni.
L’erede è quindi duplice, doppio come il numero che ritorna simbolicamente più volte all’interno della trama, concorrendo a sottolineare, insieme alla multiformità del registro linguistico di cui s’è già parlato, l’ambiguità del reale, l’impossibilità di definire l’identità ontologica di un personaggio, di un’anima e delle sue azioni che sfuggono dalla possibilità del giudizio univoco. Due, sono innanzitutto gli eredi (legittimo e illegittima) della storia; due, sono le case, le abitazioni entro le quali si svolgono i passaggi narrativi del film: l’edificio rurale della famiglia di Paola e quello borghese del padre di Bruno; due, sono i caratteri dello stesso Bruno, che, dopo un esordio mite e docile, amplifica nel suo doppio Giovanni (Davide Lorino), le esasperazioni di una vita di stenti e sacrifici, urlati dalla rabbia fisica di quest’insospettato fratellastro; due, infine, sono anche le donne che circondano Bruno, Angela (Tresi Taddei Takimiri), figlia secondogenita di Paola, e Francesca (Maria Sole Mansutti), giovane donna di famiglia alto-borghese.




