Quando a separare il film originale dal suo remake ci sono quasi vent’anni, si può star certi di avere davanti un racconto talmente classico da poter sopportare le ingiurie del tempo, riuscendo ad affrontare la trasposizione in un nuovo contesto senza perdere la sua caratteristica principale di attrazione.
Detta in altre, e più ciniche, parole: una vecchia regola degli studios di Hollywood predice il successo di qualsiasi film la cui trama possa essere riassunta in una sola riga – a prescindere da ogni ambientazione e caratterizzazione. Qui si parla di un anziano vedovo che decide di andare a trovare i suoi figli.
In “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore (Italia, 1990) il “viaggiatore” è Marcello Mastroianni, nell’omonimo remake di Kirk Jones (USA, 2009) Robert De Niro. I due attori danno una caratterizzazione solo apparentemente simile al personaggio, in entrambi i casi un anziano vedovo della piccola borghesia. Le somiglianze, però, si fermano qui e non per una scelta degli attori: i due ruoli sono scritti in modo totalmente diverso e influenzano tutta la struttura della pellicola statunitense, che solo in apparenza segue gli stessi snodi della versione originale.
Il personaggio di Mastroianni è dolcemente svanito: il dialogo con l’amatissima moglie defunta è costante e lo lega indissolubilmente a un mondo scomparso. Il viaggio lo porta a confrontarsi con una realtà moderna a lui totalmente estranea e lontana anche geograficamente. La sua Sicilia incarna l’idea di una terra in cui il tempo si è fermato e in cui l’uomo ha potuto, volontariamente, chiudere gli occhi innanzi al mutare delle abitudini e dei valori.
La versione “americana” ci presenta, al contrario, un vedovo nostalgico ma estremamente intraprendente e coraggioso, un personaggio che – nonostante l’età e gli acciacchi – se la sa cavare in ogni circostanza. Al contrario del personaggio di Mastroianni, De Niro non ha mai avuto una vocazione artistica nella sua vita ma ha cercato di inculcare nei suoi figli una visione pratica dell’esistenza. Se il protagonista si trova “spiazzato” rispetto al mondo che lo circonda – sembra sottolineare la versione americana del film – è perché questo mondo si ostina a andare troppo veloce, lasciando indietro tutti.
Sottile e fondamentale differenza tra le pellicole di Tornatore e Jones è proprio il diverso rapporto con il pubblico, che Tornatore costringe al livello del protagonista mentre Jones proietta sempre un passo in avanti.
Nella versione italiana ci illudiamo ogni volta, come Mastroianni, che i figli siano sereni e realizzati e il colpo amaro arriva alle spalle o si insinua come una silenziosa tristezza. Il film di Jones costruisce la tensione essenzialmente su un oscuro mistero, presente anche nella versione italiana ma con un ruolo narrativo più limitato: che fine ha fatto il più piccolo dei figli del protagonista? Su questa importante domanda brancoliamo nel buio come suo padre ma – nella versione americana – su ogni altro sospetto arriviamo alla conclusione prima di lui.
Il viaggio versione USA è un itinerario verso la risposta a questa inquietante domanda, in cui ogni tappa ci avvicina alla soluzione. Il viaggio “italiano” è un originale percorso alla scoperta di una realtà umana e sociale.
Il percorso umano del protagonista Mastroianni si sviluppa anche attraverso dei momenti onirici, non limitati alla sovrapposizione del ricordo dei figli bambini con la loro figura adulta come nella versione americana. L’aspetto onirico rivela, per Tornatore, molte verità nascoste ed è gestito con originalità e mestiere. Il viaggio italiano ha, però, due direzioni: una interna alla vicenda dell’anziano protagonista, l’altra esterna alla ricerca dei mutamenti sociali degli anni ’90. L’Italia è rappresentata come una terra di metropoli, tutte molto simili, popolate di persone ossessivamente occupate a telefonare (alle cabine della Sip), a muoversi e ad incontrarsi in gruppi il più numerosi possibile.
L’America descritta da Jones è ugualmente omologata, ma lo sguardo resta puntato sulla famiglia del protagonista, scegliendo di raccontare il più possibile stringendo la visuale su quel gruppo umano rappresentativo. Lo stile di regia, di conseguenza, è profondamente diverso: Tornatore gioca su diversi registi, tra cui quello ironico, Jones si attesta su posizioni coerentemente più conservatrici, scegliendo uno stile estremamente classico al servizio del protagonista.
La scelta divergente fondamentale resta, però, quella di definire diversamente il protagonista: De Niro è un padre probabilmente oppressivo, ma fondamentalmente un bravo genitore. I suoi figli gli nascondono sconfitte e paure per non ferirlo e, di fronte all’emergenza, scelgono di tacere perché incapaci di gestirla.
Mastroianni incarna un personaggio molto più complesso, non privo di lati oscuri: De Niro si nasconde la consapevolezza dell’infelicità dei figli, Mastroianni chiude gli occhi di fronte ai suoi stessi errori. Errori peraltro pienamente compresi dai figli, che decidono di mentire tanto per evitargli un dispiacere quanto perché intenzionati a non avere alcuna reale relazione affettiva con lui.
Nell’iniziale scelta di differenziazione tra la pellicola italiana e il remake americano è contenuta anche la necessità di un diverso finale. Mastroianni, protagonista ambiguo e tenacemente attaccato alle sue convinzioni, tornerà a casa come era partito, solo. De Niro, padre pronto alla redenzione, potrà riavere i figli “riuniti alla stessa tavola” come – vent’anni prima – al suo omologo italiano non è stato concesso.




