Giovedì, 09 Giugno 2011 16:25

Priest - Recensione

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Interessante il sottotesto anticlericale, ma tutto il resto è un'accozzaglia di topoi dell'horror vampiresco. Con Paul Bettany che sembra appena uscito dal Codice Da Vinci

Tratta dall’omonimo e apprezzato fumetto coreano di Hyung Min Woo, arriva nelle sale questa trasposizione tutta americana di Priest. Il regista, Scott Stewart, già l’anno scorso si era cimentato in qualche modo col genere horror-action ecclesiastico firmando la regia di Legion, incentrato nientemeno che su una spedizione punitiva capitanata dall’Arcangelo Gabriele verso il creato per conto dello stesso Dio.

Non si può dire che in Priest manchino degli elementi interessanti. Il sottotesto anticlericale di questo mondo distopico dominato da una Chiesa violenta e reazionaria è decisamente la chiave più convincente del film. E i toni cupi e notturni, assieme alla desolazione geografica dell’ambientazione, senza dubbio ben si adattano allo spirito lugubre e dissacrante della storia. Per tutto ciò che riguarda invece la trama e la rielaborazione dei topoi del genere vampiresco, siamo purtroppo di fronte ad un’accozzaglia di cose già viste e già dette più volte nel corso degli anni. Paul Bettany, qui nei panni del prete guerriero protagonista, sembra esser stato trasportato direttamente dal set de Il Codice Da Vinci e camuffato un po’ per amor di decenza. Le sequenze di azione e di combattimenti, che occupano buona parte del film, fanno rimpiangere persino le sequenze interlocutorie del più noioso Twilight. Curioso poi come alla base di tutto ci sia, come nel recente film di Dylan Dog, la rottura di un antica tregua tra gli esseri umani e le cruente ed irrazionali creature della notte: senza dubbio per Priest la sceneggiatura ha avuto più rispetto dei fan del fumetto fornendo un’ossatura ben più dignitosa di quanto non fosse successo per il film sull’indagatore dell’incubo, ma nemmeno qui ha consentito al risultato finale di staccarsi dalla convenzione e di esplorare nuovi lidi di questo abusato genere. E come sempre più spesso accade alle produzioni americane – anche quelle che poi si rivelano inaspettatamente un flop al botteghino -, il finale aperto sembra esigere un sequel la cui necessità è ancora tutta da dimostrare.

Di certo sarebbe meglio recuperare il manhwa originale, dal tratto senza dubbio più sporco e irregolare ma anche dagli sviluppi assai più meritevoli della sua versione cinematografica.

doppioschermo

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