Mercoledì, 08 Giugno 2011 16:11

The Hunter - Recensione

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Ali, il cacciatore, è il simbolo di una generazione di iraniani che non ha nulla da perdere. Imbraccia il fucile e lo punta sulle auto in transito. La sua ordinaria follia è metafora del fermento popolare sottotraccia, represso dalla autorità

“Tramite rigide separazioni tra religione e censura, l’Iran impone a ogni individuo la necessità di cercare di capire dall’interno, costringendoci costantemente ad affrontare il sentimento di pressione che ci pervade”.

Con le parole di Rafi Pitts, regista ed attore protagonista del film in uscita il 17 giugno The Hunter si spiega il contesto del lungometraggio scarno, quasi glabro di qualsiasi sovrastruttura.

In 92 minuti a volte quasi interminabili, infatti, si svela la dimensione voluta dallo stesso Pitts, di western neorealista. Ispirato al racconto di Bozorg Alavi, scrittore ed intellettuale politico iraniano costretto all’esilio in Germania, dal titolo “Gileh Mard” (L’uomo di Gilan), “Il cacciatore” (Shekarchi) racchiude in sé la volontà del regista di mescolare neorealismo e formalismo.

Pitts nel raccontare la storia di Alì Alavi, ex carcerato che lavora facendo il turno di notte, cerca di offrire diverse chiavi di lettura, la politica è una di queste. Il film è stato girato durante l’ultima campagna elettorale presidenziale in Iran, ma lo stesso regista nel raccontare la sua pellicola, quasi non si stupisce delle similitudini  tra le tensioni “catturate ne Il Cacciatore e quello che poi è davvero accaduto dopo le elezioni”.

L’occhio della telecamera offre allo spettatore l’ampiezza degli spazi dalla “giungla di cemento” che è Teheran dopo la Rivoluzione, rende protagonista l’unità di misura del desiderio di cambiamento. La sensazione della nuova generazione che non ha nulla da perdere, infatti, fa imbracciare ad Alì un fucile, puntandolo sulle automobili in transito. Dall’alto di una collina la lentezza della scelta, diventa la chiave di lettura o può diventarlo per uno spettatore lasciato libero di interpretare e comprendere, da fuori, l’Iran.

Unica attrice professionista del film è Mitra Hajjar, che interpreta la moglie Sara del protagonista morta insieme alla figlia durante una manifestazione di protesta. Tutto scorre lento, le ricerche, l’attesa. Tutto nel silenzio spesso rotto dai percorsi in automobile volutamente verde come il movimento post elettorale. A volte anche dalla voce del leader supremo iraniano, ayatollah Khamenei. Il cambiamento di cui parla è il frutto dell’ironia, scelta e sottolineata dal regista in riferimento alla campagna di Obama.

Tornato al Berlinale dopo “It’s Winter”, Rafi Pitts ha presentato al Torino Film Festival il quarto lungometraggio, lanciando un grido d’accusa. “Oggi in Iran, a trent’anni dalla Rivoluzione, tutti si chiedono se siamo stato derubati della Rivoluzione” spiega il regista, augurandosi che il film possa uscire anche nelle sale in Iran, consapevole della difficoltà, “considerato il clima politico attuale”.

doppioschermo

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