Mercoledì, 25 Maggio 2011 19:00

Una notte da leoni 2 - Recensione

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Un cookie-cutter movie: nessuna idea nuova ma arriva alla pancia. La star è Zach Galifianakis con un invidiabile phisique du role

Torna la gang di Una notte da leoni, il film di Todd Phillips (Parto col folle, Hated) che aveva stordito il pubblico nel 2009: Phil (Bradley Cooper), Stu (Ed Helms), Alan (Zach Galifianakis) e Doug (Justin Bartha) si riuniscono in occasione del matrimonio thailandese di Stu. Due anni dopo aver lasciato la donna più antipatica del mondo, il dentista ha incontrato la sua anima gemella e non vuole che niente possa minacciare le sue nozze. Visto che dopo Las Vegas si è dovuto ricostruire un dente e che sta ancora “mettendo insieme i cocci della sua psiche”, non ha intenzione di organizzare un addio al celibato. Eppure, nonostante le cautele, i ragazzi trovano il modo di cascarci di nuovo. In effetti, non sono necessari altri dettagli relativi alla trama: il matrimonio a Bangkok, come qualsiasi spettatore (anche non particolarmente avveduto) potrà immaginare è un pretesto per replicare il primo post-sbornia. Una notte da leoni 2 si potrebbe definire, prendendo a prestito un’espressione tipica del marketing, un cookie-cutter movie: nessuna idea nuova, identica struttura narrativa, solite trovate. Ciononostante, il film arriva esattamente dove deve arrivare: alla pancia dello spettatore che partecipa con complice comprensione e curiosità alla discesa negli inferi e ritorno del “branco” di spostati. Ed è lo spostato numero uno la vera star di questo secondo film: Zach Galifianakis regge con naturalezza e un invidiabile phisique du role gran parte delle scene comiche. Proprio grazie a lui una birra davanti a un falò sulla spiaggia si trasforma in una clamorosa sbornia che dà il via ad una nuova avventura nel segno dell’esagerazione. Tutto quello che ha fatto Phillips sulla sceneggiatura è stato alzare l’asta dell’eccesso portando le vicissitudini degli amici di sbronza a livelli al limite del tollerabile, raccordando le scene con un po’ di rocambolesca, acrobatica e americanissima azione. L’ambientazione esotica ha fatto il resto: casomai fosse necessario rendere le cose ancora più difficili al club dei sopravvissuti, ecco le differenze culturali, le barriere linguistiche e la criminalità organizzata del Sud Est asiatico. A contrasto con l’attitudine goliardica dei protagonisti e le loro esperienza di dubbia moralità, Phillips li spedisce in un monastero buddhista. Come nel primo film è impossibile non solidarizzare con Phil e soci, per quanto si possano spingere in basso e possano impegnarsi per incasinare tutto. Alla radice di questa irresistibile simpatia c’è il grande tema portante dei due film: la fraterna e adolescenziale amicizia che lega questi quattro ragazzi piuttosto cresciuti.

doppioschermo

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