Lunedì, 16 Maggio 2011 12:42

Hai paura del buio? - Recensione

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Lucida e attenta opera prima che ribalta la prospettiva dell'immigrazione in maniera arguta e inaspettata e conferma il talento del poliedrico Massimo Coppola

Classe 1972, il giovane Massimo Coppola, già noto per i programmi da lui ideati e condotti su Mtv (fra tutti Brand New, Pavlov e Avere Ventanni), si cimenta nel lungometraggio con questo delicatissimo Hai paura del buio?, distribuito in troppe poche copie per poter godere di quella visibilità in sala che gli sarebbe servita.

La storia è quella di una ragazza rumena che finisce in un paesino della Puglia alla ricerca di qualcosa (che prenderà corpo e sostanza solo nella seconda parte), finendo per fare da badante in una famiglia economicamente assai modesta. Il suo rapporto con la giovane coetanea operaia, che mai si concede un sorriso, un amore o anche solo uno svago dal suo iracondo attivismo in fabbrica, è fatto di scambi brevissimi, silenzi irritati, quasi una forma di insopportazione distratta che non ha mai motivo di trovare punti di innesco per alcuna esplosione o scenata drammatica. Anche il confronto della protagonista con la persona chiave del suo viaggio appare teso ma pacato, spietato nella sua rabbiosità sotterranea e quasi innaturalmente lungo e ripetitivo per gli standard dialogici del film. Telecamera a mano, primissimi piani e musica in soggettiva che diventa extradiegetica solo per il tempo della sequenza dove trova origine: questi gli elementi distintivi dell’esordio lucido ed interessante di un autore che, dismessi i panni del documentarista, ha deciso di fare un salto al cinema senza correre il rischio di trasferire nel mezzo filmico i limiti della docu-fiction ed evitando i luoghi comuni legati alle tematiche affrontate (rumeni, precarietà, lotta operaia, prostituzione). I volti puliti delle giovani Alexandra Pirici ed Erica Fontana, che recitano in voluta sottrazione per rendere due forme di rabbia essenzialmente simili ma esteriormente diverse, risultano più che mai adatti a restituire questo doppio dramma, così geograficamente circoscritto in apparenza eppure dai confini emotivi e nazionali vastissimi.

Un’ottima opera prima, che conferma il talento di un artista poliedrico e attento e ribalta la prospettiva dell’immigrazione in maniera arguta ed inaspettata, mostrando un contrasto quasi imbarazzante fra il contesto metropolitano iniziale di una Bucarest immensa e cangiante ed un entroterra italiano povero, cristallizzato e chiuso che tuttavia non mette mai in discussione una presunta superiorità socioculturale.

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