Dopo aver girato, nel 2007, una versione cinematografica di Rosso Malpelo - film in realtà mai passato al cinema nel circuito regolare ma proiettato in vari cineforum e scuole, dove ha ottenuto anche un buon successo di pubblico -, Pasquale Scimeca (Placido Rizzotto, Gli indesiderabili) torna al suo amore per Giovanni Verga e traspone quello che è senza dubbio il suo romanzo più famoso e rappresentativo. Abbandonato lo storico articolo determinativo, Malavoglia si pone in realtà come una versione aggiornata dell’opera verista. Laddove il grande Luchino Visconti, nel 1948, aveva deciso di ispirarsi al libro e rappresentare le vicende della sciagurata famiglia cambiandone il cognome (in Valastro), Scimeca opta per una soluzione contraria: un adattamento meno pedissequo ma con la chiara volontà di dichiararne la provenienza per giustificare lo spirito alla base della sua genesi.
E così, la storia rimane in fondo la stessa ma segue il passo dei tempi attuali. Alfio non è più un semplice vicino di casa ma un extracomunitario volenteroso di nome Alef, appena sbarcato in terra sicula in cerca di fortuna, che viene benevolmente ribattezzato per comodità di pronuncia. Il giovane ‘Ntoni è un disadattato ribelle, appassionato di musica techno, che ripudia il mestiere ereditato dal padre e sogna di poter scappare lontano con la sua fidanzata barista. Alessi, il più assennato e maturo della famiglia, ama invece fare il pescatore, ed ha persino un enorme poster di Sampei appeso in camera. La famosa imbarcazione di famiglia, la Provvidenza, non naufraga trasportando lupini, ma permessi di soggiorno per immigrati clandestini in attesa di poter lasciare la Tunisia. E così via. Tutto sembra riecheggiare le atmosfere e le intenzioni del capolavoro letterario, in un universo di una povertà quasi anacronistica, dove Verga viene anche citato (dunque è esistito) ma risulta, per un affascinante paradosso, solo il nume tutelare e non il vero autore della vicenda che stiamo vedendo.
La presenza di quasi soli attori non professionisti che parlano in siciliano stretto rende il film molto interessante, restituendo quelle suggestioni veriste che anche Visconti aveva ampiamente ricreato con La terra trema. Manca tuttavia quella dimensione epica che caratterizzava il romanzo, e che la scelta stilistica di Scimeca non avrebbe comunque mai contemplato. Ma soprattutto, il finale speranzoso di questa pellicola, che si discosta volutamente da quello originale, ha un sapore dolciastro che quasi stona con ciò che il pubblico ha visto fino a quel momento e che si aspetta di vedere, memore anche dell’amara lezione studiata sui libri di storia.
A conclusione, un esperimento curioso e pregevole, ma forse troppo moderno per risultare convincente alla nostalgia del palato classico.




