Giovedì, 24 Marzo 2011 00:23

Space Dogs 3D - Recensione

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La Russia perde la sua corsa allo spazio cinematografico in 3D. Uno script scontato e infantile per una visione a tratti anche irritante

Il primo film animato 3D prodotto dalla Russia è dedicato a due eroi nazionali, Belka e Strelka. Nomi sconosciuti ai più ma, in patria, vere icone della storia del paese. Si tratta delle due cagnette che il 20 agosto 1960 furono inviate nello spazio, tornando poi – vive – sulla terra (a differenza della povera e ben più famosa Laika che, tre anni prima, era stata lanciata con una capsula senza ritorno). Il film di Inna Evlannikova e Svyatoslav Ushakov ovviamente, di quel glorioso episodio, mantiene solo la retorica nazionalista e l’orgoglio cosmonautico. Per il resto, la visione risulta quasi irritante. Il film propina personaggi e sviluppi narrativi a dir poco abbozzati, scopiazzando qua e là le trovate divertenti delle dozzine di film d’animazione usciti negli ultimi anni: la spalla comica imbarazzante e sopra le righe, l’eroe (o l’eroina) che viene a patti con le proprie paure, il personaggio rivale che si intuisce subito non essere poi così cattivo, e tutto il carosello di presenze secondarie a fare da affollato contorno alla storia. Si potrebbe obiettare che il senso di déjà vu e scontatezza che deriva dalla visione dipenda dal fatto che il film si rivolge ad un pubblico troppo giovane. Ma sarebbe un’argomentazione anacronistica. Considerando che questo Space Dogs 3D rappresenta, metaforicamente, il contributo sovietico alla “corsa allo spazio” cinematografico internazionale, finora dominata indiscutibilmente dalla scena americana, e che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno sfornato dei veri e propri capolavori per tutta la famiglia e dalle molteplici chiavi di lettura (l’opera omnia della Pixar, molti film Dreamworks e diverse altre produzioni più e meno note), è impensabile trincerarsi ancora nella comoda giustificazione secondo cui un film animato implichi banalità o demenzialità. Sono binomi, questi, che il pubblico ha imparato a schivare già da tempo. Persino gli stessi bambini, che di questa insistita banalità o demenzialità dovrebbero (e vorrebbero) essere i maggiori beneficiari, si trovano – magari senza sapere neanche perché - a non ridere o non emozionarsi più così facilmente di fronte ai soliti animali parlanti sul grande schermo. Decidere quindi di giocare la carta del 3D senza alcuna di queste considerazioni non può che considerarsi un’allegorica esplosione sulla rampa di lancio.

L’uso del 3D poi, a parte qualche illusione di profondità nelle scene più dinamiche e spaziali della seconda parte, sembra più che mai pretestuosa ed aumenta il senso di frustrazione generale.

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