“Esistono ancora degli umani a New Orleans?”. E’ questa una delle frasi forse più rappresentative, nel suo didascalico pensiero fuori campo, di questa controversa incarnazione cinematografica in salsa yankee del nostrano indagatore dell’incubo. Dylan Dog – Il film di Kevin Munroe (all’attivo un discreto lungometraggio 3D sulle Tartarughe Ninja, TMNT) si presenta come uno scanzonato action-movie del filone romeriano, con la sua dose di morti viventi, licantropi e vampiri. Innegabile il richiamo a L’alba dei morti dementi per tutto ciò che riguarda la normalizzazione della routine zombistica a beneficio/danno dell’incredulo amico Marcus, morto e risorto evidentemente senza alcuna velleità messianica (strappa una risata il gruppo di sostegno per i neo-non-morti, con tanto di imbarazzato saluto iniziale). La sceneggiatura originale – si fa per dire – mette in ballo antichi manufatti mistici, proiettili di legno ed una ragazza bella e misteriosa, puntando sulle componenti della commedia più che sulle venature horror del suo genere di riferimento. Hoc dicto, è quasi superfluo precisare che per concedere una qualsivoglia possibilità a questa pellicola di poter intrattenere, tutti i fan del fumetto – più e meno fedeli – devono “ridurre a icona” la loro conoscenza del mito e delle avventure cartacee ed affrontare il film come una creazione apocrifa, magari il frutto inaspettatamente citazionista di un lettore d’oltreoceano piuttosto che la trasposizione cinematografica ufficiale di Dylan Dog. E, a dirla tutta, il gioco di citazioni è molto stratificato. Oltre allo stile d’abbigliamento del protagonista e ad alcuni elementi casalinghi effettivamente rispettati, gli sceneggiatori si sono divertiti a disseminare riferimenti e richiami al mondo del fumetto originale che, verosimilmente, solo il pubblico italiano potrà cogliere appieno: l’immagine di Groucho (Marx), che fa capolino in due immagini; l’indirizzo della via e la targa dell’auto; l’editore Sergio Bonelli e l’autore Tiziano Sclavi omaggiati con tre citazioni dislocate; un “quinto senso e mezzo” e due “giuda ballerino”, per la gioia dei tradizionalisti. Per il resto, del personaggio non rimane nulla. Persino l’ironia, tratto distintivo di Dylan Dog (qui impersonato da un non troppo verosimile Brandon Routh), non mantiene quasi per nulla le connotazioni da humor nero che aveva sulla carta, e si concretizza nei soliti grotteschi e puerili doppi sensi o in inverosimili e fastidiose smargiassate. Forse la presenza del fido Groucho, a quanto pare ritenuta problematica nella versione dal vivo, avrebbe contribuito a limitare i danni e rendere tutto per lo meno più divertente.
In definitiva, un film che aggiunge pochissimo al cinema d’intrattenimento mondiale ma che riesce a togliere moltissimo all’iconografia pop del pubblico italiano.




