Sabato, 05 Marzo 2011 20:18

Sanctum 3D - Recensione

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Cameron non c’entra nulla con questo annacquato fracassone dal titolo mistico. Luoghi comuni, dialoghi imbarazzanti e assenza di pathos

Già dal trailer, più di qualcuno avrà pensato: ma com’è possibile che James Cameron abbia sfornato un altro film in 3D in così poco tempo? In effetti sarebbe stata impresa “titanica” persino per lui. Ma la risposta è molto semplice. Il demiurgo di Avatar non ha affatto diretto anche questo annacquato fracassone dal titolo altrettanto mistico (come l’ingannevole pubblicità lascerebbe intendere), ma ne è solo il produttore esecutivo. Il vero regista è in realtà lo sconosciuto mestierante della ripresa Alister Grierson, autore nel 2006 dell’altrettanto sconosciuto Kokoda.

Questa premessa è necessaria per comprendere quanto deludente possa rivelarsi la visione di Sanctum 3D. Soprattutto considerando che, di fronte ad un film di questo tipo, le pretese dello spettatore medio sono già verosimilmente modeste. I personaggi – ed i loro rapporti interpersonali - rientrano tutti, senza esclusione, nel serbatoio dei topoi del filone catastrofico: il padre ed il figlio in perenne conflitto che recuperano gradualmente dialogo e stima reciproca in pieno dramma; l’amico decennale fidato che defeziona in preda alla follia; la donna isterica pronta a fare danni al primo intoppo; quello simpatico ed ironico destinato, ovviamente, a schiattare presto; eccetera eccetera. Gli stessi attori, salvo il bravo Richard Roxburgh, sembrano non crederci più di tanto, creando l’insolita sensazione che anche loro in realtà vogliano più che altro essere spettatori, con noi, di questa ennesima prova di hollywoodiano sfarzo. I dialoghi, senza dubbio l’elemento più agghiacciante di tutto il film, non fanno che peggiorare le cose, rendendo imbarazzanti i momenti che si vorrebbero comici e suscitando risate gustose in molte scene (non tutte, ammettiamolo) che dovrebbero risultare drammatiche. Sulla debolezza della sceneggiatura, poi, sarebbe troppo facile fare battute che coinvolgano l’elemento acquatico, perciò basti dire che la storia procede senza un briciolo di verosimiglianza e di reale pathos. Pochissime infine le scene in cui poter davvero apprezzare il 3D e, considerate le tonalità prevalentemente scure dell’ambientazione grottifera, la visione con gli occhialini risulta assai stancante per gli oltre 100 minuti del film.

Ennesima prova di quanto inutilmente si possano impiegare i budget astronomici nell’industria cinematografica americana.

doppioschermo

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