Sabato, 05 Marzo 2011 20:03

Io sono il numero quattro - Recensione

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Figlio illegittimo di Heroes e Smalville, un pastrocchio dalla sceneggiatura piatta e senza alcun mordente. Si teme l’ombra di un (non necessario) sequel

Se una decina di anni fa, con l’ondata dei film sui supereroi, i fan dei fumetti avevano pensato che fosse iniziato il loro paradiso sul grande schermo, probabilmente non immaginavano ancora che prima o poi le major hollywoodiane sarebbero arrivate a produrre una cosa come questa. Figlio illegittimo di serie tv di successo come Heroes o Smallville e di un budget notevole, Io sono il numero quattro di D. J. Caruso (regista di Disturbia e, fra non molto, anche dell’adattamento cinematografico del fumetto di culto Preacher) è il classico pastrocchio inconsistente che i detrattori del genere supereroistico potrebbero – a ragione – additare come monito per il futuro. Attori anonimi (tranne il buon Timothy Olyphant), trama ridicola e sviluppi scontati, effetti speciali inutili e strombazzati. Nulla di questo film lascia pensare che sia stato fatto un tentativo di scrittura accurato e originale. I personaggi sono caratterizzati con colate di gesso, i dialoghi appaiono di una piattezza indifendibile e la storia del film sembra tirare malamente in ballo tutti gli elementi più ricorrenti dei teen serial – e dei teen movies – a sfondo fantascientifico degli ultimi anni: superpoteri, predestinazione, alieni, bellocci slavati, femmine alfa armate in latex e nerd sempre più giovani (quasi ridicolo il momento in cui lo sfigato cervellone più piccolo si lamenta di aver trascorso tutta la sua vita come se stesse vivendo un episodio di X-files). Gli effetti speciali e le sequenze di distruzione rappresentano i momenti più eccitanti del film, e questo è tutto dire. Dei modelli di riferimento, sia televisivi che cinematografici – per non parlare di quelli cartacei -, mancano di mordente proprio gli elementi che più avrebbero dovuto appassionare il pubblico, come la crescita dei personaggi e il dramma delle loro “origini”. Quasi inquietante, a ragion veduta, il finale, che si chiude interrogativo su uno scenario on the road il quale lascia presagire la necessità di un non necessario sequel.

doppioschermo

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