Presentato a Roma nell'ultima edizione del Festival del cinema, arriva, nelle sale italiane, Rabbit Hole, pellicola intensa e dura che vale a Nicole Kidman la nomination all'Oscar come migliore attrice protagonista. La storia è estremamente semplice quanto straziante: Becca e Howie Corbett (Aaron Eckhart) sono una coppia benestante che vive nella zona residenziale del Queens. La loro felicità e la serenità, però, sono sconvolte dalla morte del figlio, il piccolo Danny (Phoenix List) in un incidente. Tutto continua a scorrere ma il tempo, per Becca, ex donna in carriera, si è fermato mentre attorno a se' amici e famigliari provano ad alleviare quel dolore indicibile e insopportabile. Howie prova a dimenticare, ad andare avanti frequentando una terapia di gruppo, vivendo situazioni assurde e a tratti ridicole. Le strade dei due sembrano sempre di più allontanarsi soprattutto quando Becca si avvicina ad un adolescente che, imprevedibilmente, condividerà con lei molto più del semplice dolore, accompagnandola nel viaggio attraverso la “tana del coniglio”.
La pellicola di John Cameron Mitchell, con una trama estremamente semplice e lineare, riesce a portare sul grande schermo con eleganza e profondità l'elaborazione del lutto, l'incomunicabilità, il senso della mancanza grazie ad un ottimo cast e a una sceneggiatura complessivamente ben fatta. Il suo pregio maggiore sta nel lasciar parlare le immagini e, soprattutto, i due protagonisti, senza cadere nella facile retorica. Proprio la Kidman e Eckhart, grazie alle loro ottime interpretazioni, riescono a trasmettere, senza mai ricorrere a drammi ed eccessi, il dolore dell'indicibile. L'armonia e la sintonia della coppia è davvero notevole, e la presenza di un’intensa Dianne West, nel ruolo della mamma di Becca, aggiunge qualità a tutto il film. Bella e struggente la scena in cui il suo personaggio, che ha vissuto anni prima lo stesso dramma della figlia, confessa che “il dolore non va mai via, però diventa sopportabile”. Una frase tanto scontata quanto vera, e per questo suona come un pugno allo stomaco. A colorare le giornate apparentemente senza senso dei protagonisti, arriva, poi, il mondo dei fumetti, che non possono mancare in un film di Mitchell. I protagonisti vengono trascinati, in parte inconsapevolmente, verso un nuovo mondo, dove, in lontananza, possono intravedere la felicità. Senza scadere nel patetico, con una storia drammatica come tante, ma non per questo meno emozionante, Rabbit Hole si regge su ottimi dialoghi, scene poetiche ed efficaci e sequenze toccanti. Mitchell non cerca risposte, ne' vuole dare lezioni. Lascia, però, qualcosa che assomiglia ad una speranza. Anche quando “non c'è più niente di piacevole”... esiste un posto lontano dove “si può ancora stare bene”.




