Solo il buon Clint poteva girare un film sulla vita dopo la morte senza farlo sembrare una sciocchezza new age. E lo fa col solito piglio autoriale maturato nella sua lunga carriera da regista, rivestendo di un tocco già classico una pellicola del 2010. Il film ha una struttura corale e si concentra su alcuni personaggi che hanno avuto variamente a che fare con la morte, in momenti e luoghi diversi del passato prossimo. Probabilmente la figura con cui si empatizza maggiormente è quella del sensitivo interpretato da Matt Damon, dall’aria malinconica ma mai dimessa; tuttavia sono interessanti anche il bambino inglese (Frankie McLaren) e la giornalista francese (Cécile de France) che, secondo sensibilità e fattispecie differenti, mostrano un interesse ragionato e documentato verso il misticismo dell’aldilà. Clint Eastwood affronta così un tema particolarmente delicato, di solito capace di spaccare a metà un pubblico tra difficili prese di posizioni ed immediate archiviazioni logiche (e quindi tra viva curiosità e totale disinteresse), riuscendo però nel contempo a non forzare mai l’interpretazione. Di certo però, volendo decifrare i messaggi del film, le chiavi forniteci dall’autore – per quanto con discrezione e lirismo – sono senza dubbio fin troppo chiare: fra i sensitivi quasi tutti sono cialtroni, ma ce ne deve essere almeno qualcuno che è davvero un medium e magari mantiene un profilo più basso perché è una persona a modo e non accecata dal denaro; i luoghi comuni sulle visioni del post-mortem (tunnel, luci e compagnia bella) sono troppo diffusi per essere semplici suggestioni collettive, e ci sono troppi pareri scientifici autorevoli messi sotto silenzio per poterli ignorare; fra i gemelli esiste davvero un legame così speciale che rasenta l’extrasensorialità, che probabilmente travalica il confine della vita terrena. E così via. La bravura di Eastwood, tuttavia, fa si che il racconto non diventi mai didascalico, e che la retorica dell’argomento sia ben dosata e relativamente “asciugata” dalla narrazione globale.
A conti fatti, trovare Hereafter nelle sale a inizio anno è stato un modo splendido (e suggestivo) di aprire il 2011.




