Sabato, 15 Gennaio 2011 11:48

La versione di Barney - Recensione

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L'alcol, il sovrappeso, l'aggressività verbale non sono icone di un’esistenza fuori dal normale, ma solo sintomi piuttosto ordinari

Se si vuole raccontare la vita di un uomo eversivo (per tale è passato soprattutto in Italia, il protagonista del successo letterario La versione di Barney) può bastare un mix (seppure ben calibrato) di fattori tanto comuni? Di certo no. Accade così che quel personaggio memorabile per la sua sgradevolezza che il lettore si figura in un 400 e passa pagine, diventi a volerlo raccontare per sole immagini molto più molle e ordinario, una vittima di se stesso, piuttosto che un bonario carnefice. La versione cinematografica di Barney Panofsky firmata, piu' di 10 anni dopo il romanzo, da Richard J. Lewis (regista di buoni prodotti televisivi, come Csi) è un uomo più costumato e cauto: Paul Giamatti fa di tutto per metterci la faccia (e la pancia), ma gli mancano le parole. Dov’è il Barney fastidioso, ma generoso? Le battute graffianti, il delirio di onnipotenza, l'incontinenza verbale, o meglio la coprolalia delle pagine di Mordecai Richler?

Sebbene non sia opportuno il confronto tra linguaggi diversi, quello letterario e quello cinematografico, non si può non notare come la trasposizione abbia scelto la via della traduzione il più possibile fedele al testo (tenendo conto dei tempi cinematografici) piuttosto che una interpretazione che ne restituisse il senso. E anche in questo caso i tagli apportati confezionano una storia, a ben vedere, un po’ diversa. La parabola dei 40 anni di vita di mister P., ebreo arricchito, figlio di un ex poliziotto e marito di tre donne provenienti da universi lontanissimi, è molto più allungata nel libro. Larga parte del racconto e' dedicato alle amicizie di Barney, tra cui quella controversa con Boogie, affascinante scrittore dal talento inespresso, scomparso in circostanze mai chiarite. Infatti, lo spunto narrativo è proprio la volontà di Barney di raccontare la sua versione dei fatti. In effetti, sono troppe le cose che accadono tra le pagine (compreso un terzo figlio che nel film non è mai nato), per poterle tenere in due ore di grande schermo. La strada scelta è quella della potatura, per cui al centro della scena rimangono gli amori. In particolare quello con la terza moglie, l’unica degna di definirsi tale. Miriam (l’attrice inglese Rosamund Pike), bella, intelligente, tenace e abbastanza remissiva, fino a un certo punto, però.

Rispetto alla storia originale la dissonanza maggiore è l’aver abbandonato Parigi per Roma: un trasloco dalla nuova bohème alla dolce vita capitolina che vuole probabilmente essere un omaggio all’Italia e al coproduttore Domenico Procacci (Fandango), con tanto di citazione di un famoso ristornate del centro. Mentre la verve polemica di Barney e la maleducazione sono tutte sintetizzate nei duetti con il padre Izzy (Dustin Hoffman), cui è demandato in primis il compito di divertire lo spettatore (sue la battute che scatenano le risate, tra cui: “ho esercitato violenza gratuita? no, mi pagano bene...”), e la cui fine, stroncato da un colpo al cuore in un bordello, è l'emblema del cinismo. Fedele al testo è il tema di fondo, l'epilogo di un uomo di mezza età che fin troppe ne ha passate nella sua vita; e l’intreccio fa leva sull’espediente narrativo del romanzo, che gioca sui diversi piano temporali con salti in un fulgido passato e incursioni nel patetico presente. Per un uomo con simili trascorsi non può esserci contrappasso peggiore che la malattia che ruba i ricordi. E quando l’Alzheimer comincia a impossessarsi di lui, Barney abbandona la sua esistenza vissuta ‘a mille’ e torna a essere uomo tra gli uomini, alla ricerca di un bisogno molto infantile, ma molto umano: il perdono.

 

doppioschermo

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