Cosa può succedere se un musulmano una mattina scopre di essere ebreo? Il finimondo
La sua crisi di identità porterà con sé equivoci, paradossi, situazioni comiche. Soprattutto se la storia avviene a Londra, metropoli multiculturale dove la convivenza tra razze diverse non è sempre facile. Mahamud Nasir è un tipo tranquillo, ama il rock anni ’80, ha una moglie e due figli, il più grande dei quali, Rashid, decide di sposarsi con Uzma, figlia di un barbuto fondamentalista di nome Al-Mahsri). Per questo Mahamud, una specie di Homer Simpson islamico, dovrà dimostrare al suo futuro consuocero di essere un buon fedele, conoscere il Corano, rispettare i precetti, correggere alcuni suoi atteggiamenti non “regolari” (come bere birra e mangiare nei giorni del Ramadan). Tutto sommato un impegno non impossibile. Almeno fino a quando l’uomo, alla morte della madre, non scopre per caso di essere stato adottato, che i suoi veri genitori erano ebrei e di chiamarsi in realtà Solly Shimshillewitz. Mahamud-Solly, sgomento, è combattuto tra la vita di sempre, l’educazione ricevuta dai genitori putativi e il cambiamento radicale che imporrebbe la sconvolgente verità legata al suo sangue. Per non dar dispiacere ai suoi, tutti ferventi islamici, decide così di non dire niente e di continuare la sua vita come prima. Ma non ci riesce. C’è come un tarlo dentro di sé. Deve capire come è un ebreo, come vivono quelli della sua razza, qual è il destino che lo attende. Così, si fa consigliare da un tassista americano israelita suo conoscente, Lenny, che lo introduce nella comunità ebraica. Ma il grasso neofita Solly ne combina davvero di tutti i colori. Alla fine non potrà tacere più pubblicamente la sua “appartenenza” ottendo la dura riprovazione del “talebano” papà di Uzma. Scoppia uno scandalo e saltano le nozze dei due ragazzi. Ci si aspetta una conclusione non banale del film ma c’è da rimanere un po’ delusi. Come ogni commedia (anche se acida) che si rispetti, il finale è lieto e poco importa il resto. Insomma, con un imprevisto colpo di scena (che riguarda, stavolta, l’identità di Al-Mahsri), tutto tornerà al suo posto: Mahamud-Solly sarà riamato dai suoi cari, Rashid e Uzma si sposeranno seguendo il rito pachistano, il sacerdote musulmano fuggirà con la coda tra le gambe. C’è da ridere, divertirsi e anche un po’ pensare. La storia si gioca molto sugli stereotipi culturali e sulle convenzioni sociali, la sceneggiatura di David Baddiel è efficace e briosa. Il giovane regista italo-inglese John Appignanesi ha fatto proprio un buon lavoro, dosando con cura ogni ingrediente di un tema attuale e delicato, senza eccessi retorici, e scegliendo gli attori giusti: formidabile Omid Djalii nella parte di Mahamud (assomiglia molto, anche nelle moine, a Platinette senza la parrucca…); misurato e caustico quanto basta Richard Shiff (Jurassik Park, West Wing), nel ruolo del tassista ebreo. Il resto del cast se la cava abbastanza bene. Presentato, con gli applausi finali del pubblico, in concorso al 28° Torino Film Festival, Infedele per caso arriverà sugli schermi italiani il 10 dicembre prossimo. Andatelo a vedere.