“Un giorno mi sono detto, ehi, se la televisione può spezzettare in milioni e milioni di piccolissimi pezzettini e spararli veloci nel'aria e ricomporli da un'altra parte, perché io non posso fare lo stesso col cioccolato?!” si chiede Willy Wonka, protagonista di La fabbrica di cioccolato (Charlie and the Chocolate Factory), delizioso film – proprio in ogni senso! – di Tim Burton del 2005. E forse anche lo stesso Burton si è chiesto come ricomporre cinematograficamente questa splendida storia raccontata da Roald Dahl in un libro del 1964.
Il protagonista è Charlie Bucket (Freddie Highmore), un umile bambino che, trovando il biglietto all’interno di una tavoletta di cioccolata, vince l’ingresso riservato ai pochi fortunati nella prestigiosa fabbrica di cioccolato di Willy Wonka.
Ogni bambino vincitore, accompagnato da un adulto - che ne è la divertente proiezione nel futuro - rappresenta un cattivo esempio da non seguire; lo stravagante Willy Wonka (Johnny Depp) è in grado di guardare oltre le apparenze e, nello spassoso viaggio all’interno della sua fabbrica, riconosce vizi, presunzioni, antipatie e le castiga aiutato dai suoi fedeli Oompa Loompa (tutti interpretati da Deep Roy) con una sorta di divertente contrappasso dantesco.
Inutile dire che sarà solo Charlie a “sopravvivere” e ad arrivare alla fine del viaggio, vincendo così un prestigioso premio finale.
Una storia semplice e per bambini, dunque. Ma naturalmente Tim Burton ci mette del suo, ponendosi su un’altra dimensione rispetto all’anteriore adattamento del 1971 di Mel Stuart.
Il film è intriso di una poesia tale che è impossibile non pensare al precedente Edward mani di forbice, complice anche la stessa atmosfera natalizia; difficile capire quanto c’è di Johnny Depp in Willy Wonka e quanto di Willy Wonka in Johnny Depp, fatto sta che la collaborazione tra attore e regista è nuovamente consolidata. Doveroso poi, un plauso a Deep Roy, perfettamente calato nella parte dei 165 buffi omini addetti ai lavori nella fabbrica. Le scenografie di Alex McDowell sono perfettamente aderenti a tutto lo spirito del film e altrettanto si può dire delle musiche di Danny Elfman (già con Burton in Beetlejuice, Il pianeta delle scimmie, Big Fish e altri): si tratta di una parte importante del film, poiché l’uscita di scena di ciascun bambino è accompagnata da un divertente stacchetto musicale degli Oompa Loompa.
Burton torna quindi a guardare ai bambini, costruendo un film piacevole e frizzante; ride lo spettatore ma è difficile non immaginare quanto sia stato divertente anche per gli stessi attori. C’è poco spazio per l’immaginazione, perché è proprio tutto lì: “confetti senza confini”, pensati per i bambini più poveri, perché possono essere succhiati un anno intero senza consumarsi; piscine di cioccolata in cui nuotare fino ad affogare; “croccantini piliferi”, che fanno crescere barba e capelli; deliziose praline alla fragola ricoperte di cioccolata e stanze interamente commestibili. E così come ciascuno si costruisce in testa questo strampalato universo, Burton lo trasferisce sullo schermo, con quel pizzico di magia e con la sua magistrale capacità di portare sullo schermo l’immaginazione vera e propria – che poi, forse, è quello che si chiede a molto cinema.
Alcuni, certo, potranno non condividere lo spirito, che è in genere quello di ogni film di Tim Burton; potranno trovarsi a pensare “Ma qui è tutto senza alcun senso!”, come nota il bambino teledipendente in visita alla fabbrica insieme a Charlie.
Ma, direbbe Willy, “i dolci non devono avere un senso. Per questo sono dolci!”. E il bambino si ritrova alto due metri. Giudicate voi!