1968: il vecchio Noodles torna a New York 35 anni dopo esservi scappato, portando con sé il rimorso di essere responsabile della morte dei suoi tre fraterni amici Max, Cockeye e Patsy. Inizia per lui un viaggio nel passato che si concluderà in modo inaspettato.Ultimo film di Sergio Leone (1929-1989); personalmente, il miglior film di tutti i tempi. Vero e proprio romanzo, Bildungsroman al contrario. La vecchiaia di Noodles fa crollare le sue amare certezze come un castello di carte, facendo di lui il più grande antieroe della storia del cinema: mediocre, vigliacco, fors’anche stupido, ma magnificamente degno di fronte allo schiaffo bruciante che il tempo gli infligge. Film omni-comprensivo: si narrano i massimi sistemi quasi senza parlarne, ma semplicemente evocandoli con le musiche immortali di Morricone (e il flauto di Pan di Gheorghe Zamfir) e la poetica leoniana degli sguardi che qui arriva alla massima espressione. L’amicizia prima infantile e poi adulta, il primo amore, i soldi, il coraggio, la vecchiaia, la disillusione, la morte. In un giro dell’anima lungo oltre duecento minuti, tortuoso e labirintico come nel miglior Borges, Leone trova anche il tempo e lo spazio per impartire una personale lezione sul mito Usa – che, com’è ovvio, riesce benissimo agli stranieri d’America. C’era una volta, infatti: come nelle fiabe i protagonisti sono bambini anche quando hanno trent’anni, con i loro incontrollabili peccati capitali. Per svolgere il suo (involontario) testamento Leone ci mise tredici anni: tempo ben speso. Qualcuno l’ha accusato di essere maschilista e misogino; ma le scene più belle sono proprio quelle d’amore, quando Noodles porta Deborah nel ristorante vuoto, con l’orchestra che suona “Amapola”, poi si sdraia accanto a lei e le dice: “Per non impazzire non dovevi pensare che fuori c’era il mondo. Proprio dimenticarlo. Eppure, sai, gli anni passavano, sembrava che volassero. Strano ma è così quando non fai niente. Ma due cose non riuscivo a togliermi dalla mente: la prima era Dominic, quando prima di morire mi disse “Sono inciampato”… e l’altra eri tu… tu che mi leggevi il Cantico dei Cantici. Ricordi? “Oh, figlia di principe quanto son belli i tuoi piedi nei sandali…” Sai che leggevo la Bibbia tutte le sere?…E tutte le sere pensavo a te. “Il tuo ombelico è una coppa rotonda dove non manca mai il vino, il tuo ventre è un mucchio di grano circondato da gigli, le tue mammelle sono grappoli d’uva, il tuo respiro ha il dolce sapore delle mele.” Nessuno t’amerà mai come ti ho amato io. C’erano momenti disperati che non ne potevo più e allora pensavo a te… e mi dicevo Deborah esiste, è là fuori…e con quello superavo tutto. Capisci ora cosa sei per me?”.
Tutti dovrebbero vederlo almeno tre volte: a 20, a 40, a 60 anni.




