Lunedì, 09 Marzo 2009 18:55

Shining

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Leggenda vuole che Stephen King, autore di Shining, dopo aver visto il film, concluse che non l’aveva convinto più di tanto. Kubrick, di rimando, disse che il libro stesso non era un gran capolavoro. Bisogna dirlo: Stephen King non ci aveva proprio visto, il film di Kubrick divenne immediatamente un successo clamoroso, grazie, oltre alle sue immancabilità qualità di regista, anche ad attori formidabili quali Jack Nicholson e Shelley Duvall.

Shining esce nell’80 e non rivoluzionò il cinema horror, genere in cui venne inserito, piuttosto gli ridiede linfa. L’atmosfera di suspance che regna per tutto il film è una prova da maestro che Kubrick compie prendendo spunto direttamente dall’esperto in persona, Alfred Hitchcock, giocando tuttavia maggiormente sugli aspetti del sovrannaturale con l’uso costante di visioni orririfiche.

Il film vuole dare un senso assoluto di claustrofobia: l’intera vicenda è narrata dentro un hotel durante la chiusura invernale (il rinomato Overlook Hotel) e le inquadrature molto ristrette degli attori non possono che accentuare questo aspetto. E sarà proprio la claustrofobia del luogo, se volessimo seguire una spiegazione razionale del film, che farà perdere la ragione al protagonista, Jack Torrance.

Jack Torrance è uno scrittore con problemi di alcolismo. Cerca di ritrovare l’ispirazione per continuare a scrivere e ne approfitta del ruolo di guardiano dell’hotel per assicurarsi solitudine e tranquillità. Con tutta la famiglia si trasferisce all’Overlock e comincia così il terribile inverno dei Torrance.

Il film è diviso in sequenze narrative individuate da titoli autonomi (Il colloquio, Chiusura invernale, Un mese dopo, Martedì, Sabato, Lunedì, Mercoledì, ore 16). Durante la prima parte del film tali sequenze sono di più ampio respiro, solo più avanti, quando la vicenda comincia ad essere più veloce e imprevedibile, le stesse unità narrative andranno restringendosi fino all’inevitabile epilogo. Procedono nello stesso modo anche le inquadrature: se all’inizio del film sono di più ampio respiro, fisse, campi larghi, col procedere della narrazione saranno sempre più nervose dove sovente la camera (la steadycam usata qui in maniera magistrale) segue sempre molto da vicino l’attore e così i campi sono stretti e particolareggiati. Espediente che aumenta notevolmente l’ansia nello spettatore fino al climax finale, nel labirinto innevato, in cui Nicholson, ormai all’apice della sua pazzia, insegue febbrilmente Danny, il figlio con il potere della luccicanza (lo Shining del titolo, cioè una sorta di contatto con le anime dei morti).

Se Kubrick ha il merito innegabile di aver concepito un gioiello dell’horror, c’è da dire che gli attori ingaggiati incarnano perfettamente le idee del regista. Nicholson nella parte dello squilibrato lo avevamo già visto in Qualcuno volò sul nidò del cuculo di Milos Forman eppure in questo film supera se stesso. Fin dall’inizio da al personaggio un aura di misteriosità, di incertezza, di instabilità mentale che poi esplode grazie agli “influssi” negativi dell’Overlock Hotel. Da antologia la scena di lui che sfonda la porta del bagno dov’era riparata la moglie, mettendo la faccia in mezzo ai legni sfasciati dall’accetta. Nello stesso modo Shelley Duvall, sua moglie Wendy, appoggia in maniera magistrale la follia del marito, completandola con la sua dose di paura e terrore. Wendy, tra l’altro, rappresenta l’unico personaggio del film a non essere sopraffatto dalle visioni: la sua paura deriva solo dalle parole inquietanti del figlio e dalle azione sconsiderati del marito. Lei rappresenta l’integrità mentale intaccata dal sovrannaturale che tuttavia non avrà la possibilità si sperimentare. A lei il merito di riportare la vicenda su piani “terreni”, portando in salvo il figlio che ha il dono della luccicanza. Dal lato opposto c’è quindi Jack Torrance, un personaggio che parte già instabile (ha il problema dell’alcolismo) e che sarà facile preda dei misteri dell’Overlock (ad esempio quando si fa sedurre da un fantasma nel bagno di una camera). Infine c’è Danny, bambino dalla fantasia molto acuta e che ha un amico immaginario che sembra sapere già tutto quello succederà. L’amico immaginario è la parte irrazionale del bambino che possiede la luccicanza e attraverso la quale sarà in grado di avere contatti con gli ospiti morti dell’hotel.

Nell’ultima scena del film, Kubrick regala un ulteriore chicca: una fotografia che ritrae una festa ambientata nell’Overlock dove compare anche Jack Torrance. La particolarità è che la foto è datata 1921, circa sessanta anni prima della vicenda narrata.
Letto 587 volte Ultima modifica il Sabato, 19 Dicembre 2009 19:27

doppioschermo

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