
Il Re Lear nipponico. O il Film Rosso secondo Kurosawa. Queste potrebbero essere le ideali sintesi del bellissimo Ran secondo un ottica occidentale. Mentre il significato del titolo giapponese può essere tradotto con “rivolta”, o più genericamente e simbolicamente con “caos”. Ed è tutto dire.
Uscito in occasione del centenario della nascita del celebre Akira Kurosawa, il Blu-ray di Ran presenta, fra i vari extra, dei documentari sull’arte di Kurosawa, sulla sua opera di documentazione per girare il suo dramma storico e sul mito tradizionale ed intramontabile del samurai. Vi è inoltre un’esclusiva intervista a Catherine Cadou, che col regista ha collaborato a lungo e che spiega la differenza del rapporto che egli aveva con pubblico e critica nazionali ed esteri.
Molto è già stato detto e scritto su Ran dall’anno della sua uscita (1985) ad oggi. E molteplici sono le suggestioni che se ne possono cogliere: gli spettacolari contrasti cromatici con prevalenza assoluta del rosso, preludio della tragedia e richiamo costante al sangue sparso e da spargersi; le contrapposizioni dualistiche reiterate nei lunghi piani sequenza, ove spesso i due elementi drammatici sono disposti quasi simmetricamente rispetto all’invisibile asse dell’equilibrio; la bellezza formale della scena di guerra centrale, che violenta con frecce e fuoco (ancora il rosso) la tesa della quiete prima della tempesta; l’attenzione ai rituali e ai codici, inserita in una spettacolare ricostruzione scenografica e dei costumi dell’epoca feudale.
Bellissime e tragiche le figure che popolano Ran, che di questo caos sono portatori (in)sani. Il potente Hidetora, che dalla sua imperturbabile sicurezza di sanguinario signore feudale si ritrova ripudiato e perde la ragione, assediato d’un tratto dai fantasmi e dalle “macchie” del suo facinoroso passato (come Lady Macbeth). Il figlio Saburo, sboccato ed irruento, già indicato come folle e scacciato via all’inizio della vicenda ma invero oracolo dell’imminente catastrofe. La perfida Kaede, che nelle sue macchinazioni machiavelliche – giusto per utilizzare terminologie culturalmente a noi vicine – risulta la folle più lucida e consapevole perciò la più spaventosa. Ma come spesso accade, la maggiore empatia va senz’altro al giullare. Fou per eccellenza, rivela shakespearianamente la sua natura profonda e tragica solo quando il suo bersaglio di una vita gli ruba – per sciagura – il ruolo, svuotando d’un tratto il senso della propria esistenza e della propria funzione.
Un film splendido, poetico e sempre attuale nella sua classicità. Proprio come il suo dichiarato ed eccellente riferimento europeo.




