
Anche Clint Eastwood, splendido ottantenne d'assalto, si getta nella mischia e realizza Invictus, il suo primo film sportivo, uno dei più retorici e ridondanti della sua carriera. Non era facile fare meglio: il rugby è territorio inesplorato per gli statunitensi e l'ingenuità di certi momenti, per quanto appassionati (l'arbitro che fischia sempre e comunque la stessa infrazione, l'assenza cronica di un allenatore: sembra quasi che il ct sia Mandela...), è lì a dimostrarlo. Il mestiere e la grande avversione di Eastwood per la pornografia sentimentale aiutano quantomeno a risparmiarci tremende scene-madri al rallentatore, o estenuanti pistolotti pre-partita mandeliani che avrebbero infestato lo stesso film in mano a un altro regista. Resta agli atti un film corretto, ultra-calligrafico, edificante, dominato dai buoni sentimenti e da un assunto generale che non si può e non si deve non condividere. Tutto il resto è sacrificabile al Tema (lo sport come veicolo tra le genti, il riscatto di una Nazione sotto la guida di un grande Uomo, eccetera), attori compresi: Freeman più Mandela di Mandela,Damon più basso e smilzo del vero François Pienaar ma discretamente credibile, invisibili gli altri. Resta la curiosità di cosa avrebbe potuto tirare fuori da una storia del genere un Michael Mann, il cui nome non viene in mente soltanto per associazione d'idee con Alì e altre storie di sport d'Africa.




