Anche quest’anno la IX Edizione del Roma Independent Film Festival dedica un’ampia sezione in concorso ai cortometraggi italiani. L’Italian Short Film Program ha presentato, dal 9 al 13 Aprile al Nuovo Cinema Aquila, 24 opere che si contendono il Premio Kodak e il Premio Regione Lazio. Il concorso ha permesso agli autori e al cast di incontrare il pubblico in sala e di presentare le loro opere raccontandone la produzione e i progetti ad esse collegati.
Nell’ampia selezione del RIFF si ritrova la vitalità di un’espressione artistica che incontra il favore crescente del pubblico, offrendo una grande varietà di prodotti impossibili da incasellare in un singolo “genere” cinematografico. Troviamo, infatti, in concorso sia cortometraggi in cui l’elemento tecnico prevale, come Paranoico di Giacomo Mantovani, sia cortometraggi che si avvicinano a forme più astratte come William Blake is My Friend di Luciano Mario Toriello. Il corto può infatti osare sperimentazioni che, per esigenze produttive e per la sua natura intrinseca, il lungometraggio non permette. Spesso è anche pensato come “biglietto da visita” per sperimentare le proprie capacità registiche, e per questo tende a concentrare in pochi minuti varie prove di abilità tecnica indubbiamente interessanti anche per lo spettatore.
Accanto a questo tipo di cortometraggi ne troviamo altri che si concentrano invece sul racconto di una storia o di un episodio. Ricordiamo in concorso Rosso di Sara di Alessandro Marinelli e Riflessi di Emanuela Ponzano. In maniera totalmente diversa, entrambe le opere raccontano attraverso un episodio una storia non mostrata: l’abilità dell’autore sta, attraverso le azioni dei personaggi e le loro parole, far rientrare nel tempo del corto gli eventi precedenti. Il limite del minutaggio dell’opera diventa così una sfida creativa, e non una penalizzazione rispetto alla forma del lungometraggio.
Ma la particolarità di selezioni come quella dell’“Italian Short Film Program” del RIFF è voler offrire quanto più si può del mondo dei cortometraggi a un pubblico che dimostra (anche con una presenza notevole alle varie proiezioni) un interesse crescente per queste iniziative. Troviamo così in concorso anche cortometraggi che si possono immaginare già come lungometraggi (dal punto di vista artistico, conoscendo tutti le difficoltà produttive). Tra questi Il regalo più bello di Max Nardari con un interessante stile pop, che incuriosirebbe vedere trasportato in un film di durata più lunga. Notevole e già molto sviluppato La vita accanto di Giuseppe Pizzo, tra l’altro uno dei cortometraggi di durata maggiore con i suoi ventotto minuti. Verso le dieci ma puntuale di Francesco A.Ranno (girato in cinque giorni) si fa notare per un’ottima impostazione in cui la regia e la storia si adeguano ai mezzi produttivi. L’autore, pur sfruttando efficacemente l’idea di base, presenta un materiale che potrebbe svilupparsi “oltre” il cortometraggio.
Tra le infinite categorie in cui si può giocare a catalogare i cortometraggi, c’è infine quella dei “corti perfetti”. Con questa espressione non si vogliono definire opere esenti da difetti ma cortometraggi che vincono la sfida di catturare lo spettatore nella visione di un film senza che la durata (breve o lunga) condizioni la visione. Il Ladro di Emanuele Muscolino e Mutande di ricambio di Luca Merloni sono buoni esempi di questa categoria. Malinconico e riflessivo il primo, vivace e veloce il secondo, entrambi sfruttano al meglio una risorsa comune al cortometraggio (la voce off) girando, in effetti, un film perfetto in sé ma di cui si vedrebbe volentieri di più.
Concorsi come l’“Italian Short Film Program” del RIFF permettono agli spettatori di gettare uno sguardo su una realtà vastissima e, in definitiva, impossibile da rinchiudere in definizioni. Le motivazioni alla creazione di un cortometraggio sono tra le più varie, dalla necessità di fare esperienza tecnica fino al desiderio di comunicare una visione artistica con un mezzo tra i più popolari. I “film corti”, ancora più dei lungometraggi, riescono oggi a trasmettere il fascino di una forma espressiva che può racchiuderne altre cento, come solo la vera arte cinematografica sa fare.




