Il Re Lear nipponico. O il Film Rosso secondo Kurosawa. Queste potrebbero essere le ideali sintesi del bellissimo Ran secondo un ottica occidentale. Mentre il significato del titolo giapponese può essere tradotto con “rivolta”, o più genericamente e simbolicamente con “caos”. Ed è tutto dire.
E’ stato presentato lo scorso 23 Marzo, in occasione del centenario della nascita del celebre Akira Kurosawa, il bluray del film presso la Casa del Cinema di Roma. Alla proiezione in alta definizione (e versione originale sottotitolata) è seguita una breve intervista al curatore della linea home video della Universal, David Moscato, che ha annunciato l’intenzione da parte della nota casa cinematografica di presentare in questo nuovo formato la filmografia del regista, in edizioni curate e con ghiotti contenuti speciali.
L’edizione di Ran presenta, fra i vari extra, dei documentari sull’arte di Kurosawa, sulla sua opera di documentazione per girare il suo dramma storico e sul mito tradizionale ed intramontabile del samurai. Vi è inoltre un’esclusiva intervista a Catherine Cadou, che col regista ha collaborato a lungo e che spiega la differenza del rapporto che egli aveva con pubblico e critica nazionali ed esteri.
Molto è già stato detto e scritto su Ran dall’anno della sua uscita (1985) ad oggi. E molteplici sono le suggestioni che se ne possono cogliere: gli spettacolari contrasti cromatici con prevalenza assoluta del rosso, preludio della tragedia e richiamo costante al sangue sparso e da spargersi; le contrapposizioni dualistiche reiterate nei lunghi piani sequenza, ove spesso i due elementi drammatici sono disposti quasi simmetricamente rispetto all’invisibile asse dell’equilibrio; la bellezza formale della scena di guerra centrale, che violenta con frecce e fuoco (ancora il rosso) la tesa della quiete prima della tempesta; l’attenzione ai rituali e ai codici, inserita in una spettacolare ricostruzione scenografica e dei costumi dell’epoca feudale.
Bellissime e tragiche le figure che popolano Ran, che di questo caos sono portatori (in)sani. Il potente Hidetora, che dalla sua imperturbabile sicurezza di sanguinario signore feudale si ritrova ripudiato e perde la ragione, assediato d’un tratto dai fantasmi e dalle “macchie” del suo facinoroso passato (come Lady Macbeth). Il figlio Saburo, sboccato ed irruento, già indicato come folle e scacciato via all’inizio della vicenda ma invero oracolo dell’imminente catastrofe. La perfida Kaede, che nelle sue macchinazioni machiavelliche – giusto per utilizzare terminologie culturalmente a noi vicine – risulta la folle più lucida e consapevole perciò la più spaventosa. Ma come spesso accade, la maggiore empatia va senz’altro al giullare. Fou per eccellenza, rivela shakespearianamente la sua natura profonda e tragica solo quando il suo bersaglio di una vita gli ruba – per sciagura – il ruolo, svuotando d’un tratto il senso della propria esistenza e della propria funzione.
Un film splendido, poetico e sempre attuale nella sua classicità. Proprio come il suo dichiarato ed eccellente riferimento europeo.
E, in ultima battuta, si spera che anche gli altri capolavori di Kurosawa, riscoperti e riportati in auge dal plusvalore dell’alta definizione, possano presto meritare nuove visioni e suggestioni critiche, per dare un senso pieno alla celebrazione secolare appena ricorsa.




