Venerdì, 25 Giugno 2010 01:00

Quale futuro per il cinema russo

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Il Festival del Nuovo Cinema Pesaro è un dare spazio soprattutto al cinema sperimentale e di ricerca. Lo ha ribadito ieri mattina Giovanni Spagnoletti, direttore del Festival, in occasione della tavola rotonda con i registi russi protagonisti con le loro opere qui a Pesaro.

Al termine della discussione, mi sono resa conto che le prospettive del cinema d’autore in Russia, sono minate da problemi e vicissitudini che attanagliano anche il nostro paese e molti altri ancora. Ma procediamo per grado.

Il cinema russo è tornato competitivo, dopo una profonda crisi negli anni ‘90 anche dal punto di vista produttivo, nei primi anni del nuovo millennio e se proprio ci vogliamo appuntare l’anno esatto della rinascita della cinematografia russa, potremmo prendere simbolicamente il 2003, anno in cui il film di Andrej Zvjagintsev vinse il Leone d’Oro a Venezia con “Il Ritorno”. La nuova sensibilità che anima i registi trova considerazione ai vari festival internazionali, tra cui anche Berlino e Roma. Ecco così che accanto ai nomi conosciuti e altisonanti del cinema russo, abbiamo autori più legati a temi socio-politici che decretano un passaggio e se vogliamo una spaccatura a livello comunicativo del modello che fino a questo momento abbiamo imparato a conoscere. Il cinema russo è oggi un corpo con più anime, che il Festival di Pesaro ha tentato di raggruppare e presentare al grande pubblico.

È presente il cinema d’avanguardia, la videoarte, e un cinema più tradizionale; cineasti di varie generazioni e tra questi sguardi, molti sono di donne. Giovanni Spagnoletti, si rammarica di non aver concesso abbastanza visibilità al film documentario, si affretta però a dire che nell’edizione del 2011, vorrà dedicare a questa categoria la giusta attenzione.

Fino a questo momento, il cinema russo è nato sotto l’influenza di uno di questi due grandi poli, Leningrado o Mosca, ossia le due città faro. La prima ha dato vita alle maggiori opere degli anni ’60 e oggi si è un po’ spenta, mentre la scuola moscovita ha raggiunto ultimamente un livello molto alto. Considerando che Pesaro mette in scena gli ultimi dieci anni del cinema russo in una retrospettiva di venti film, Aleksey Fedorchenko ci dà una sua interpretazione della strada che ha preso il cinema dal 2000 fino ad oggi.

La rivoluzione, secondo Fedorchenko, sta nel fatto che ogni regista cerca di essere a contatto con il mondo in prima persona, mettendo in prima linea se stesso, usufruendo anche delle possibilità produttive per un cinema libero e non facendo più riferimento a un paese o a un partito. Il cinema su commissione, come nella vecchia Unione Sovietica è morto. Essere professionisti oggi, significa anche questo: non solo conoscere la realtà, ma conoscere il linguaggio cinematografico, dai mezzi di produzione a come distribuire il cinema. Fedorchenko consiglia di studiare il mercato, che sia esso un festival o il block buster, o un circuito di sale cinematografiche, perché i problemi ci sono nel momento in cui si tenta di prendere una distanza dal mercato. Il film è un prodotto e come tale deve trovare una sua collocazione, è perciò dovere dell’autore trovare una soluzione nella propria solitudine. E sebbene Andrej Tarkovskij sia stato un esempio geniale, e sia un riferimento storico di grandissimo valore, oggi egli non è più attuale, né fonte d’ispirazione, proprio come si è verificato nel teatro con Grotowski, perché lontano dalla realtà che stiamo vivendo. Non esiste un messaggio predeterminato che il regista vuole inviare al grande pubblico, ma un messaggio sanguigno che nasce dal profondo desiderio di raccontare il mondo.

Questa ricerca di se stessi, di un padre e una madre ( a livello figurativo), questo senso di abbandono ( figli che non vengono accolti da questa nuova entità nata dall’Unione Sovietica), sono i temi principali che si possono riscontrare nelle pellicole di questa nuova generazione di cineasti e tale modo di raccontare, ha una valenza completamente differente dei film di Tarkovskij. Nel film di Boris Khlebinkov, “Koktebel”, che mette in luce il rapporto tra un padre e un figlio, è simbolicamente trattata la questione centrale tra nuova Russia e la vecchia Russia, tra la provincia e la metropoli. Ed è una metafora, come ci conferma il regista, che si sta diffondendo nel fare cinema oggi tra i nuovi talenti russi. Khlebinkov trova tremendamente piacevole che il cinema diventi sociale e che permetta di essere uno sguardo personale per testimoniare quello che accade attorno a noi. E trova soprattutto potente che si sia giunti ad esprimere un concetto sociale, di vita palpabile, con una sola voce senza che nessuno degli autori si sia messo d’accordo per seguire questa linea di comunicazione, ma che tutto sia nato come se fosse un’esigenza non più rimandabile.

Come abbiamo accennato poco prima, il cinema femminile è il film del futuro russo, perché è uno strato del tutto particolare, di grande profondità. Marina Razbezhkina, ci tiene a sottolineare che il cinema delle donne non è un cinema esclusivamente per le donne, cioè non scivola banalmente in quella connotazione di tipo “rosa”, ma ovviamente perlustra la realtà con una sensibilità non maschile. Abbiamo elementi sia sociali che intimistici, un continuo dialogo tra tradizione e modernità, tra memoria storica e attualità del presente. Le protagoniste di questi film sono alla ricerca di loro stesse, ma costituiscono anche simboli di un paese che ha subito cambiamenti epocali e che sul terreno sociali si è spaccato in due entità tra loro scollegate. Sono donne alla ricerca di un nuovo modo di amare. Come dice la regista Larisa Sadilova, oggi la realtà è studiata dal cinema russo, cosa che invece nel passato si evitava di fare, perché prima si affrontavano temi che guardassero e riguardassero Dio, il sacro, il profano, il romanticismo. Oggi invece, soprattutto nel cinema documentario, si lavora nello spazio dell’uomo, dove prima la cinepresa non osava avvicinarsi. È lo spazio della gente noiosa, di un uomo piccolo e anonimo, con una sua intimità e che comunque stupisce per quante cose ha da dire. Ecco perché forse il cinema si sposta verso la provincia, dove maggiormente si possono catturare le differenze tra individui, cosa che nella capitale non è così evidente perché come dice la regista, Mosca non ha a che fare con la Russia.

Insomma, il cinema russo è una storia personale, se poi il pubblico trova in quello sguardo qualcosa d’importante ancora meglio. È come se in coro gli autori dicessero Noi vogliamo fare quello che ci va di fare. Adesso il problema, come dicevo all’inizio, è la crisi economica, perché crisi significa selezione. A volte, sostengono gli artisti, lo spettatore non ha fisicamente la possibilità di vedere le opere, perché ci sono 2000 sale in un Paese con una superficie di oltre 17.ooo.ooo chilometri quadrati. Senza contare, che nel prossimo anno i fondi destinati al cinema d’autore sono praticamente inesistenti, per questo e senza tanti giri di parole, oggi questi registi ammettono che i festival servono non solo a raccogliere consensi e visibilità, ma anche possibilità a livello finanziario.

Eppure pare doversi abituare a vivere con quella che sembrerebbe una crisi permanente e reagire con l’ottimismo della speranza.
Letto 126 volte Ultima modifica il Sabato, 26 Giugno 2010 16:22

doppioschermo

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