Venerdì, 13 Novembre 2009 01:00

Uzak Ihtimal (Wrong Rosary)

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Film | Concorso Ufficiale | Premio Amore e Psiche

 

UZAK IHTIMAL (Wrong Rosary)
Turchia, Hokusfokus Film, 2009, 35mm, color
Regia: Mahmut Fazil Coskun
Sceneggiatura: Tank Tufan, Görkem Yeltan, Ismail Kilicarslan
Fotografia: Refik Çakar
Montaggio: Çiçek Kahraman
Cast: Nadir Saribacak, Görkem Yeltan, Ersan Uysal


Un giovane muezzin si innamora della sua vicina di casa, un’infermiera cattolica. Da una sinossi simile ci si aspetterebbe un film alla“Uccelli di Rovo”, o qualcosa che divida o alimenti le differenze fra le due religioni. Di certo non ci si aspetterebbe il film delicato, riflessivo, a tratti comico, tra due esseri impacciati e un po’ fuori dal mondo, religiosi entrambi e simili, davvero simili come nella pellicola del turco Mahmut Fazil Coskun.

Galata, Istanbul. Il muezzin Musa appena arrivato in città va a vivere in un vecchio palazzo, abitato da una giovane donna infermiera e trovatella del convento vicino, che si occupa di una vecchia donna in punto di morte. Le normali attività del muezzin vengono in qualche modo turbate dalla presenza della giovane donna, Clara, che colpisce subito Musa per il suo essere impacciata e timidamente schiva. I due si conoscono a causa dei piccoli problemi incontrati da Musa nello stabile: una luce elettrica che va via, l’ascensore che si blocca. Un giorno Clara perde il suo rosario, e Musa la segue fin dentro la chiesa dove lei prende le elemosine per restituirlo. In quell’occasione, a causa di un libro, conoscerà il vecchio Yakup, libraio che segue Clara e che nasconde qualcosa. Il trio è completo. Lentamente i tre si avvicineranno, e i due uomini, profondamente legati a Clara che non sembra accorgersi di nulla, riusciranno ad affacciarsi nella sua vita così schiva.

Le persone molto religiose tengono molto alla propria interiorità. L’essere profondamente legate a Dio e alla propria religione fa parlare il cuore, non la mente. E il cuore trabocca d’amore. Così si immagina una persona in grado di trasmettere tutto l’amore del mondo verso l’altra persona. I due protagonisti invece sono completamente bloccati ognuno nella propria interiorità, non riescono a concedersi all’altro se non con movimenti lentissimi e comunque sempre distanti. Nessun gesto, nessun bacio, nulla tra di loro se non il cercarsi per poi guardarsi, nulla di più. Se non fosse per la religione, forse i due potrebbero davvero capire i propri sentimenti. Ma di fronte all’assenza di passioni entrambi si bloccano, rimangono silenziosi, non cercano davvero l’altro, anche se Musa è, tra i due, quello che cerca un po’ di più Clara. Lei è totalmente chiusa, ed infatti alla fine decide di andare in Italia e lasciare i due uomini che la amano (del cui amore rimane il dubbio che lei lo abbia davvero compreso) per seguire la propria strada che la porta verso il suo Dio. A tratti fastidiosamente ottusi, i personaggi rimangono fluttuanti nella realtà, estranei al peccato così come all’amore.

Il film affronta quindi la storia di due esseri impacciati, chiusi e incapaci d’amore, che in qualche modo unisce i due religiosi invece che dividerli, ma l’operazione del racconto che toglie invece di aggiungere (emozioni, amore, contrasti necessari) non arriva agli spettatori proprio perché toglie troppo, toglie tutto. Rimangono impressioni di affetto, impressioni di religiosità, impressioni di amore. E un tipo di narrazione che alla fine non lascia molto. Si salva il finale, non coronato dall’happy end, ma questo non basta certo a farne un grande film.

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doppioschermo

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