La vergüenza

La vergüenzaSe ti perdi nella foresta, non muori nè per il freddo né per la fame: muori per la vergogna.

Con questa frase, che vale il film, Pepe, il protagonista de La vergüenza trova la chiave della propria vita ma non la sa usare. Insieme alla moglie Lucia si trova a dover scardinare i gangli apparenti di una vita brillante, di fronte all’amara consapevolezza di una sconfitta: nessuno di loro due riesce a fare da genitore a Manu, il bimbo peruviano che hanno adottato e con il quale non riescono a dialogare. O forse sono loro che da troppo tempo hanno smesso di farlo.

E’ meno banale di quel che l’esile trama potrebbe lasciar pensare, il film di David Planell Serrano, distribuito nelle sale con il titolo The Shame, che dopo aver vinto la Biznaga d'Oro del miglior film e il premio della migliore sceneggiatura al Festival di Malaga ed è stato presentato a quello di Roma nella sezione “La Fabbrica dei Progetti”.

Sceneggiatore di lungo corso, Planell dimostra, alla sua prima regia, uno stile autonomo e sicuro, con una direzione dalle idee chiare qualche scelta coraggiosa.

Concedendo spazio ad una vena di intimismo che si insinua nei lunghi silenzi, intensa ma mai fastidiosa, Planell affronta, senza prenderlo di petto, il tema non ancora abusato della vergüenza: la vergogna di sé, del proprio passato, dei propri limiti, delle proprie debolezze, fa strade diverse ma fa approdare tutti, indistintamente, dentro la stessa gabbia di frustrazione e di solitudine. Due genitori adottivi ignari dei propri errori, una madre naturale che vorrebbe redimerli, un’assistente sociale che non sa comprenderli e un bambino che ha il diritto di non tollerarli. Tutti subiscono la dittatura della propria personale vergogna, che inibisce il bisogno di aiuto e la confessione della verità che –sola- può costituire il riscatto.
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