Sabato, 02 Maggio 2009 11:28

Daniele Gaglianone

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Il sottoscritto già da tempo lo teneva d’occhio.
Nemmeno il destino (2004) fu il suo primo grande, vero capolavoro. Da Maestro del Cinema italiano in un’Italia, quella, che ancora aveva da sfornare i suoi Sorrentino e i suoi Garrone, egli nell’ombra s’aggirava, con la modestia di chi – calmo e fiero – attende il momento d’emergere. Come chi, consapevole del proprio lavoro, attende solo che qualcuno se ne accorga.

Stiamo parlando di Daniele Gaglianone, il primo vincitore dei David di Donatello 2009 con il suo superbo Rata Néce Biti – ovvero La guerra non ci sarà mai.

Qualcuno se n’è accorto. Non si può ignorare troppo a lungo. Ma che si parta dall’inizio.

Gaglianone nasce ad Ancona, per quel che se ne sa, ma poi si trasferisce ancora bambino nell’antica capitale Augusta Taurinoum. Ci girano i film da Roma, ad Augusta Taurinorum. Le comparse costano meno. Infiacchiti e ingialliti dall’uso e costume comune, i ragazzi di borgata, per pagare le tasse universitarie, corrono negli uffici nella vecchia Piazza San Carlo a lasciare le proprie fotografie abbozzate appena da un lieve curriculum vitae. Poi arrivano i Bellocchio di turno - imbambolati e coccolati dai costosissimi Cineporti costruiti ad hoc - che bestemmiano perché dopo dieci ore le comparse sono stanche e pretendono di tornarsene a casa. Scellerati! Ecco come funziona ad Augusta Taurinorum. La nuova capitale del Cinema.

Ma lì un sottosuolo ribolle. Nel grosso calderone alchemico di quella città incantevole, nugoli di giovani genialità assorbono con rabbia e coscienza ogni percetto, trasmutandolo in nuovi, clamorosi linguaggi.

Daniele Gaglianone sventra il teatro comune con inusuali sperimentazioni, collaborando con il gruppo Il buio fuori alla realizzazione dell’emblematico Aggrappati ad una terra rivoltata sull’abisso. Il titolo, di per sé, già enuncia tutto.

Nel 1998 collabora con Gianni Amelio nella stesura della sceneggiatura di “Così ridevano”. Istituzionale, ma non troppo. Si recupera un poco di grana per sé e per la propria Opera. D’altro canto è lecito.

I suoi primi 90 minuti di pellicola emergono nel 2000 quando vede la luce I nostri anni, che racconta la volontà di vendetta di un ex partigiano che, costretto in una casa di riposo, incontra e riconosce il vecchio nemico “nero” che uccise il suo miglior compagno in tempi di guerra.

Eppure è con Nemmeno il destino (2004) che il "nostro" porta a termine la gestazione di un capolavoro vero e proprio. “Una verità assente è pur sempre una Verità”: è il modo migliore per sintetizzare l’ontogenesi del film, e la filogenesi dell’Autore – nonché la forma, se vogliamo, di Dio. Nei personaggi di questa pellicola, così come pure nella trama, alberga un'essenza sinistra, inquietante: una rete, si potrebbe dire, di ineluttabilità. È con ogni probabilità questo fattore, così come pure la regia magistrale (fuochi d'artificio pixellati come a sottolineare l’aspetto meta-cinematografico, la finzione, della pellicola) a conferire quella profondità a questo ottimo film italiano purtroppo, all’epoca, sottovalutato (e oggi?). La presenza di Dio, quindi, svelata dalla sua eterna assenza. Assenza di luce, di sguardo, di futuro e di tenerezza (Dio non necessariamente è indulgente), è il leitmotif della storia: l'assenza che nega ai personaggi stessi l'equilibrio e la stabilità che vanno cercando. Una precarietà che con grande sapienza esonda nella regia, con inquadrature particolarmente mosse, instabili, posticce e malferme. Ma la differenza fra il dilettante e il maestro giace nel contrappunto stilistico di classe, nel montaggio impeccabile e soprattutto nel coraggio di "esordire" in tal modo (sebbene sia la seconda pellicola dell'Autore).

Gaglianone lo incontrai qualche tempo fa durante la proiezione di un documentario sulle morti bianche. Mi disse: “Nemmeno il destino non decolla perché…”. Il perché è presumibile, e non lo sveleremo qui.

Fatto sta che la “Torinesissima” Babydoc, giovane casa di produzione locale, ha scommesso tanto sul talento di Gaglianone, a differenza di altri illustri precedenti: “Rata Néce Biti” è il parto abominevole di questa lungimiranza, e l’acume non ha potuto che premiare.

Tre ore di proiezione: una scommessa vincente. Il documentario affascina, incanta, stupisce e travolge. Rapisce. Per dirla con Sergio Leone: “Un film è lungo quando annoia”. Rata nèce biti” non annoia mai. È un documentario sulla guerra, la testimonianza di un territorio e dei suoi abitanti, delle loro macerie esteriori ed interiori. Un documentario visionario che racconta con boati, tintinii sepolcrali, lapidi, fosse comuni, voci tuonanti e rovesciamenti tutta la possente angoscia che ha travolto un popolo, quello Bosniaco, durante l’imperante nazionalismo degli anni passati, con le sue conseguenti stragi.

S’avverte, quasi subliminale, la presenza di una divinità – anche qui – che stenta a manifestarsi ai nostri occhi, che echeggia il suo possente destro sui destini collettivi sconvolgendoli dalle fondamenta. Una divinità chiamata sistema, interesse, geopolitica, nuovo ordine mondiale. Una divinità che ciascuno di noi ha difficoltà a riconoscere, ma che annusiamo, respiriamo – mansueti - ingoiamo, digeriamo ogni giorno di più, fino al momento in cui, al suo cospetto, ancora saremo capaci di dire: “Tu non esisti”, “la guerra non ci sarà mai”… “Rata néce biti”

E la sua mano scintillerà sui nostri capi.
Letto 285 volte Ultima modifica il Martedì, 05 Maggio 2009 12:21
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