DoveComeQuando mette in scena Alejandro Jodorowsky

Jodorowsky e il suo mondo onirico di nuovo in scena a Roma, nella particolare versione della compagnia DoveComeQuando

Dal 9 al 10 luglio al Teatro Belli di Roma la compagnia DoveComeQuando è tornata in scena con uno spettacolo magico dal sapore agrodolce e dalla ricchezza di significati: Opera Panica – Cabaret Tragico – tratto dal testo di Alejandro Jodorowsky e riadattato in una maniera più fruibile e decisamente poetica dal regista della compagnia Pietro Dattola.

 

Quello che si mette in scena è un vero e proprio tuffo negli anni sessanta, in quel mondo d’avanguardia, così spiazzante, rappresentato dal teatro cileno dell’autore, fondatore con Fernando Arrabal e Roland Topor di un movimento artistico chiamato il Panico. Ma non abbiate paura: il panico ("pan” – “tutto") rappresenta quell’idea di "arte totale" che l’autore ha sempre concepito come base della sua opera, che ha rappresentato una grande novità per la sua epoca e che oggi si identifica con opere diventate veri oggetti di culto (Santa Sangre, El Topo, The Rainbow Thief, La montagna sacra, Il paese incantato).

 

La struttura di Opera Panica è costituita da un insieme di 26 mini quadri che simboleggiano altrettante situazioni di vita vissuta, piccole finestre che schiudono il panorama ad emblemi di modi di essere o di non essere, di amare, di vivere, morire e lasciarsi morire, di relazionarsi con altri, di credere, di voler occupare uno spazio o di non volerlo affatto.

 

Il testo originale lascia spazio a qualsiasi adattamento perché si presenta così com’è, nudo: un’insieme di battute che vengono scambiate da attori indicati con le lettere dell’alfabeto. Grande merito a Pietro Dattola e a tutta la compagnia per aver collocato quelle voci in cerca di caratterizzazione nel giusto contesto, in una dimensione non troppo cromatica (unici colori in scena rosso e nero) ma necessaria e assolutamente vicina a quel mondo onirico e melò dal quale proviene lo stesso Jodorowsky: il mondo circense, animato da pagliacci che vivono all’ombra di tendoni rattoppati, buffi per quanto tristi e malinconici.

 

Sono clown, domatori, lanciatori di coltelli, maghi, gli attori che recitano sul palcoscenico. In questa nuova messa in scena è come se il regista volesse far emergere la loro vita più intima portando in superficie non solo l’aspetto ironico ma la loro densità psicologica. I membri di questo microcosmo ludico vivono in realtà la tragedia di un’esistenza quasi “autistica”: invischiati in una gabbia rappresentata dal proprio ruolo, destinati a performare incessantemente in maniera univoca senza margini per poter mutare comportamento, si svelano così per quello che sono. Sono uomini e donne, sotto il cerone e la parrucca colorata, con pulsioni, sensazioni, ambizioni frustrate dalla società di consumo e dalle proprie  logiche. Teatro dell'assurdo, dunque, come giudice sprezzante della ragione strumentale, che cerca di decostruire i significati per edificare un senso nuovo, come arte maieutica per evidenziare la reale relazione tra individuo e società, tra tutto e parte.

 

Grande merito anche agli attori, che hanno saputo mettere in scena in maniera straniante un’opera difficile che aveva bisogno forse di una ventata di ironia per poter essere goduta senza particolari drammi. Ogni microquadro viene rappresentato dando valore e vigore al linguaggio e alla recitazione, così come vuole il testo, scevro da sovrastrutture. Niente orpelli, solo la bravura degli artisti (in particolare nella precedente messa in scena al Teatro Agorà Carlo Disint, Stella Novari e Flavia Germana de Lipsis) che, come funamboli sulle parole, percorrono con varie oscillazioni emozionali l’infelicità dell’uomo davanti a scene di vita quotidiana.

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