• Scritto da  Giuseppe Pastore

Piccolo biondo antico

A 50 anni dalla nascita di Marilyn Monroe la celebrazione del mito lascia spazio alla vecchia iconografia favolistica per rivalutare l'immagine simbolica di una star che può essere solo riletta dagli uomini, con gli uomini e per gli uomini. 

Il prossimo 5 agosto saranno esattamente 50 anni da quando Marilyn Monroe, nata Norma Jeane Baker, fu rinvenuta morta nella camera da letto della sua casa di Brentwood, Los Angeles. Parallelamente il cinema – il mondo che le ha dato fama e gloria imperitura – la celebra furbamente con Marilyn. Uscito in America a novembre (qui lo vedremo dal 1° giugno), diretto dal regista televisivo Simon Curtis, il film è sicuramente ben fatto anche se molto convenzionale, rivolto programmaticamente a un ideale pubblico di vecchie zie e cinefili un po' agé invitati di continuo ad annuire compiaciuti del vecchio Laurence Olivier o di questa o quell'altra citazione anni '50. E qui arriviamo al sugo della questione: che importanza ha oggi, nell'anno 2012, l'immagine – l'icona – di Marilyn Monroe per un comune ragazzo o ragazza di 20 o 30 anni? Perché non è stato tentato qualcosa di molto più interessante, un'operazione coraggiosa nello stile e nella forma, sul modello – andando per associazione di idee – della Marie Antoinette di Sofia Coppola?

Nel film - che come tutti i film parla di ieri per raccontare l'oggi - la corte al seguito di Marilyn è quasi interamente composta da uomini servili e adoranti, che al massimo la odiano perché non possono amarla, con l'unica eccezione di Paula Strasberg la cui presenza è resa necessaria dal racconto (e che non è certamente raffigurata come l'apoteosi della femminilità). Sottinteso: le donne non sono neanche degne di starle accanto, e anche una grande attrice come Vivien Leigh ringrazia il cielo di avere una certa età così da potersi sottrarre a un'impietosa figura da babbiona; tutto ciò che possono fare le donne è ammirarla, palpitare per le sue pene d'amore al cinema o sui rotocalchi, sognare di essere come lei o perfino credere di essere come lei, perché in fondo ne condividono gli stessi difetti fisici (miope, un filo di pancetta, le gambotte non proprio da mannequin).

Oggi, in tutta evidenza, non più; ed è anche superfluo stare a ricordare il perché, nonostante Michelle Williams abbia giurato di “essere cresciuta col poster di Marilyn in camera”. Le immagini simbolo del suo mito, ciò che ne è sopravvissuto (le gocce di Chanel n. 5, il vestito bianco svolazzante, l'essere amante di gran parte della famiglia più potente d'America) viene fuggito come la peste da chi giustamente pianta baracca e burattini non appena in grado di intendere e di volere, in cerca di autonomia e auto-realizzazione sotto ogni punto di vista. Oggi l'idea di arrivare a trent'anni già con tre matrimoni alle spalle fa ridere per quanto è grottesca, così come sono fuori dal tempo la spaventosa sequenza di gravidanze interrotte prematuramente (forse addirittura 14) o – se vogliamo parlare di lavoro - il rassegnarsi a interpretare sempre e solamente lo stesso personaggio di femme fatale leggera, svampitella e irresistibile. Fa niente se poi, soprattutto dopo la morte, i libri ne hanno tramandato l'immagine di oca solamente per finta, di donna sensibile, fragile, intelligente: qui e ora, l'essere intelligenti per poi apparire creature sperdute alla mercé del mondo intero, beh, è un peccato mortale. Finché, di anticaglia in anticaglia, di anacronismo in anacronismo, si arriva finalmente al contrappasso: Marilyn Monroe, oggi che siamo nell'anno 2012, è rimasta solamente un mito maschile, tra l'altro un po' impolverato (poniti delle domande, o maschio). Ecco perché Marilyn è un film di uomini, con uomini, per uomini.

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