Giovedì, 03 Novembre 2011 20:20

Michele Placido: per fare cinema servono coraggio e umanità

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Abbiamo incontrato Michele Placido, giurato nell'ambito dell'iniziativa Nove giorni di grandi interpretazioni, che ci ha raccontato la sua esperienza alla ricerca del nuovo volto del cinema italiano

Il Festival Internazionale del Film di Roma è stato da sempre accompagnato da eventi collaterali e iniziative non strettamente legate al festival, ma che trovano all'Auditorium la loro giusta collocazione e anche l'edizione di quest'anno ha portato avanti, insieme ai suoi main sponsor, diverse iniziative. Molto interessante Nove giorni di grandi interpretazioni, promossa dal Gioco del Lotto e giunta alla sua seconda edizione, che ha visto sfilare centinaia di aspiranti attori giudicati da tre importanti nomi del cinema italiano: Michele Placido, Liliana Cavani e Marco Risi.

DoppioSchermo ha incontrato Michele Placido che ha raccontato la sua esperienza di giurato alla ricerca del nuovo volto del cinema italiano


Lei come giudica la preparazione dei giovani che vengono a questo genere di casting per cui lei stesso sta lavorando insieme con Liliana Cavani e Marco Risi, rispetto a quelli che si vedono in televisione nei reality show?

Non ho una conoscenza approfondita di come sia strutturato quel genere di programmi. Nel caso di questo casting indetto da RB Casting e dal Gioco del Lotto si tratta di un mondo un po’ più sincero, anche più colto. Anche perché l’80% dei ragazzi è molto preparato e ha portato monologhi tratti da testi teatrali importanti. Inoltre parlano con trasparenza della loro esperienza umana. Il cinema è tutt’altra cosa rispetto ad un reality televisivo: non si deve mettere in mostra nessuna fisicità, nessuna volgarità. Quanto piuttosto il proprio coraggio, la propria umanità, il proprio cuore, la propria sensibilità. E questa è la prova che noi in qualche modo giudichiamo più positiva. E i giovani che osserviamo esibirsi di conseguenza si muovono in quella direzione, ovvero verso l’arte.


Cosa pensa lei di come sta andando la commedia in Italia rispetto, ad esempio, a questo stesso genere americano che vediamo importato nei nostri cinema?

Il cinema italiano si è ripreso una grossa fetta rispetto al cinema americano soprattutto per quanto concerne le commedie. Sul piano della qualità un po’ meno. Per cui si ha ormai un panorama di commedie che non hanno, poi, tutte lo stesso valore. Perché ci sono commedie e commediacce. E vedo sempre meno cinema “d’autore” – anche se è un termine che non mi piace. Cioè un cinema che sia dentro la realtà del Paese. Non esiste un cinema italiano che racconti la verità di ciò che siamo e che stiamo vivendo. C’è, sì, un cinema che fa ridere, fa sghignazzare, ma non è neanche lontanamente paragonabile alla commedia all’italiana che faceva ridere per riflesso. E questo trovo che sia la cosa meno interessante di questa tipologia filmica, perché ci sono anche dei bravi artisti e attori. Però, ecco, spesso sono comici che poi non riescono a dare altro.


Vedere la passione di questi giovani non le fa tornare alla mente i suoi esordi? 

Io ho fatto l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica per cui mentre la frequentavo già mi chiamavano in parallelo. Io perciò ho avuto un percorso più fortunato rispetto a questi ragazzi. E per certi versi mi intenerisce, soprattutto perché potrebbero essere i miei figli, se non altro c’è questo. E mi dispiace perché so che per molti sarà una delusione, essendo pochi i posti. Ma credo che comunque valga la pena di provarci, nonostante tutto. No? (sorride, n.d.r.)

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