C’è un luogo comune diffuso su quanto i giapponesi amino l’Italia. L’arte, i paesaggi, il cibo, la Formula 1, la moda, il calcio. Un curioso mix fra gli aspetti più sofisticati e il sostrato nazionalpopolare che caratterizzano il nostro paese. E a dire il vero, non si tratta propriamente di uno stereotipo, ma di una realtà sempre più documentabile. Artisti, scrittori, fumettisti, registi: le personalità di spicco del panorama nipponico hanno dichiarato, ripetuto e dimostrato la loro italica fascinazione in molteplici modalità e omaggi nelle loro opere. Non fa eccezione nemmeno il maestro d’animazione Hayao Miyazaki, che aveva dato nome e soprannome italiani al protagonista di uno dei suoi film più amati: Porco Rosso. Ed è forse per questo filo sottile che unisce la sensibilità nostrana a quella nipponica che i primi due film di Goro Miyazaki (figlio del celebre Hayao), ovvero I racconti di Terramare e l’imminente From up on Poppy Hill, sono stati presentati entrambi in due importante sedi festivaliere di casa nostra.
Il primo fu proiettato nel 2006 fuori concorso alla 63ª Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, dove ottenne però un’accoglienza tiepida. Prima di quell’anno, Goro Miyazaki si era tenuto lontano dall’animazione ed era per lo più impegnato a dirigere il Ghibli Museum di Tokyo (del quale aveva anche progettato il monumentale parco a tema). Nonostante il suo impegno registico, l’epopea fantasy tratta dai romanzi di Ursula K. Le Guin convinse molto né la criticà né il pubblico, i quali hanno trattato il film quasi come un incidente di percorso nella gloriosa attività dello Studio Ghibli. Inoltre lo stesso richiamo forte del cognome paterno fornì a Goro l’imprescindibile handicap del confronto con l’amatissima filmografia di Hayao, facendo così risultare il suo esordio su grande schermo come una non troppo riuscita imitazione dello stile tracciato negli anni precedenti dal genitore. La stessa autrice del ciclo letterario aveva manifestato il suo dissenso verso il risultato finale della trasposizione animata, probabilmente offesa dal fatto che a dirigerla fosse stato Miyazaki figlio e non l’ ”originale”. Eppure il giudizio generale fu innegabilmente prematuro ed ostile verso il quarantaquattrenne figlio d’arte.
Il suo secondo lavoro, Kokurikozaka kara (letteralmente, Dalla collina dei papaveri), è stato presentato oggi al Festival Internazionale del Film di Roma, in concorso nella sezione Alice nella città. La storia si svolge nella città di Yokohama nel 1963, un anno prima dei giochi della XVIII Olimpiade di Tokyo. Protagonista la sedicenne Umi, una ragazzina che vive da sola in una casa sulla collina (quella del titolo), la quale ogni giorno issa due bandiere di segnalazione marittima che auspicano una navigazione sicura. La sua storia si intreccerà con quella di Shun, un ragazzo di 17 anni che ogni mattina arriva al porto su un rimorchiatore per poi andare a scuola, rimanendo colpito e incuriosito dalla vista di quelle due bandiere. Come è prevedibile, i due ragazzi si incontreranno e inizieranno un dolce rapporto di amicizia che sfocerà nell’amore. Tuttavia, nell’esplorare le reciproche storie familiari, presto si insinuerà in loro l’atroce dubbio che possano essere fratello e sorella.
Una storia quindi delicata e in qualche modo adulta, lontana dagli usuali toni fantastici cui ci aveva abituati lo Studio Ghibli con capolavori fiabeschi come Il mio vicino Totoro, La città incantata, Il castello errante di Howl, Ponyo sulla scogliera o il recente Arrietty - Il mondo segreto sotto il pavimento. Rimane preponderante il tema ambientalista, caro alla famiglia Miyazaki fin dai tempi di Conan Il ragazzo del futuro, ma cambia l’approccio. E probabilmente, con questo film, anche Goro Miyazaki potrà riscattare il passo falso attribuitogli 5 anni fa e definire una cifra stilistica nuova ed intimista, che lo affranchi dal solco del padre e gli permetta di continuare un percorso più personale, scevro da continui confronti.




