Giovedì, 27 Ottobre 2011 16:58

The Lady: applausi e rispetto per la guerriera birmana di Luc Besson

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Michelle Yeoh e Luc Besson sul set di The Lady Michelle Yeoh e Luc Besson sul set di The Lady

Il regista Luc Besson racconta ai giornalisti il suo The Lady, accompagnato dalla protagonista del film Michelle Yeoh

Presentato stamattina nella capitale il film The Lady di Luc Besson, opera fuori concorso che ha raccolto gli applausi della critica e stasera dà ufficialmente il via alla sesta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma. Insieme a Michelle Yeoh, intensa protagonista del suo biopic impegnato nelle vesti della guerriera birmana Aung San Suu Kyi, a David Thewlis, suo marito nel film, e alla produttrice Virginie Silla il regista francese, felice d’inaugurare la kermesse capitolina, ha incontrato la stampa e raccontato quanto per lui il ritratto drammatico di una donna solo poche settimane fa “liberata” abbia rappresentato per lui un atto di “assoluto rispetto” verso il Premio Nobel per la Pace, verso il suo popolo e verso la possibilità di una lotta per la democrazia senza spargimenti di sangue.


Il massimo rispetto della verità
Il film, che riporta Besson alla storia dopo l’avventurosa incursione di Giovanna d'Arco, mette in scena la tragica storia umana di San Suu Kyi, che ha sacrificato la propria vita e rinunciato alla normalità per inseguire la chimera pacifista nel proprio Paese, oppresso dalla dittatura e da un severo regime militare: “La dimensione politica normalmente viene esplorata dalla stampa”, ha rivelato il cineasta. “A me interessava la dimensione umana di questa storia, di questa donna di fronte alla quale non possiamo non chiederci quali siano stati i meccanismi alla base della sua decisione. I motivi politivi sono solo sullo sfondo, non li ho evitati perché facevano parte della sua vita, ma a me interessava la dimensione personale”. San Suu Kyi è stata liberata durante le riprese del film quindi non ha potuto collaborare in alcun modo, ha spiegato Besson: “E’ curioso che noi abbiamo iniziato questo film sperando nella sua liberazione e la liberazione c’è stata. Nel film c’è una scena in cui lei saluta il monaco. Noi l’abbiamo girata una mattina e la sera dello stesso giorno abbiamo visto San Suu Kyi vestita quasi allo stesso modo che salutava libera. Per un attimo ho pensato che qualcuno avesse rubato la sequenza del film, che l’avesse registrata con il telefonino. Ci ha riempito di gioia, ma un paio di giorni dopo abbiamo capito che non era stata liberata: lei non può lasciare il suo Paese, il suo partito è stato sciolto quindi solo una parte di lei è stata liberata. Nello stesso tempo però abbiamo pensato a un’altra notizia: il comico birmano Zagana, finito in prigione per le sue battute contro i militari, è stato liberato qualche settimana fa e questo ci è sembrato un buon segnale”. Non dev’essere stato facile quindi per Besson e il suo cast realizzare un film per il quale, come ha spiegato la produttrice, “le riprese in Tailandia sono state fatte in gran segreto” e hanno riunito sul set molti tailandesi e 200 birmani configurando una vera Babele complicata e talvolta divertente. Soprattutto una rappresentazione realistica della protagonista senza potersi confrontare con lei dev'essere stata un’impresa non semplice: “quando abbiamo iniziato le riprese volevamo sostenere la sua lotta, rispettando una realtà terribile e per farlo ci siamo impegnati al massimo per avvicinarci il più possibile alla realtà. Ad esempio l’appartamento di Oxford che si vede nel film è quello in cui ha realmente abitato San Suu Kyi e il cane è stato trovato basandoci su  una foto che avevamo. Volevamo che questo film fosse realizzato e trasmettesse il massimo rispetto della verità”. Quanto al coinvolgimento dei figli e dei familiari il regista si è mostrato rispettoso: “Abbiamo incontrato uno dei figli, un vero gentiluomo. Siamo diventati amici e lui ha visto il film un paio di giorni fa. Si è limitato a dire che era bello, ma è comprensibile che non abbia detto altro. Non è possibile fare un film contro gli interessi del personaggio principale e della sua famiglia, quindi abbiamo chiesto loro il permesso per realizzare il film e ce l’hanno accordato, ma non hanno contribuito in alcun modo perché non potevano rischiare di non vedere tornare in Birmania i loro familiari”.


Un atto d’amore
Michelle Yeoh ha confessato che interpretare San Suu Kyi sia stato per “un impegno enorme perché si tratta di una donna amata e rispettata dai popoli oppressi di tutto il mondo. Dovevo interpretare il suo pensiero, i suoi principi. Ho dovuto imparare il birmano perché Luc mi aveva detto che avrei dovuto parlare come avrebbe parlato lei, avere il suo stesso stile e così ho perso 5 kili. Questo film è un atto d’amore e d’impegno. Noi ci siamo impegnati dall’inizio alla fine al massimo e avere David al mio fianco come marito è stato meraviglioso. Questo film ci fa comprendere il significato vero dell’amore”. Per prepararsi al suo grande compito l’attrice malesiana ha raccontato che i responsabili delle ricerche le hanno procurato centinaia di ore di archivio: “ho letto i libri che lei aveva letto, imparato il birmano... Molto di quello che sappiamo di lei lo vediamo attraverso il suo sguardo, non attraverso le sue parole. Ho trascorso ore e ore a esaminare il materiale con David e a volte vedevo una reazione nel suo volto che dovevo mettere insieme agli altri pezzi del mio mosaico. Ho imparato il senso della passione, dell’impegno, a riconoscere e accettare che ci sono cose più importanti di se stessi. Michael e lei non pensavano che avrebbero dovuto scegliere tra Paese e famiglia e sono diventati più forti. Noi siamo diventate persone migliori grazie a quest’esperienza. Alcune persone che hanno visto il film mi hanno detto che non conoscevano questa donna e si sentivano un po’ in colpa per questo. Questa è una vittoria sia per noi sia per San Suu Kyi perché siamo riusciti a far riflettere”.


Dietro a una grande donna c’è un grande uomo
L’attore David Thewlis ha dichiarato invece che non sapeva nulla su Michael Aris e che quando Besson l’ha contattato per il film ha capito solo dopo aver letto la sceneggiatura che del suo personaggi non avrebbe potuto saperne molto di più: “Il marito di San Suu Kyi viene sempre rappresentato in contesti seri in cui mostra un’aria infelice. L’unico video che ho potuto vedere in cui però c’è lui lo rivela felice, quasi come se fosse ubriaco. Ho cercato d’immaginare come abbia potuto dare tanto a questa donna, compiendo sacrifici immensi…”. Ma, come ha affermato Besson,“forse dietro a una grande donna c’è un grande uomo stavolta”.


Il culto della personalità e la corsa agli Oscar
Nel film di Besson colpisce una battuta significativa di San Suu Kyi: “A me non interessa il culto della personalità”, un rischio che una trasposizione cinematografica ad ampio respiro come questa potrebbe però correre, ma Besson si è detto fiducioso della sua rappresentazione, sobria e realistica: “lei ci credeva fermamente in questa frase, ma se non adottiamo questa posizione non potranno mai accendersi i riflettori su lei e sul suo popolo”. Poi a una domanda sull’eventualità di una nomination agli Oscar ha aggiunto il regista:“Qualunque attenzione possa ricevere San Suu Kyi è ben accetta, che sia un festival che sia un Oscar. Noi abbiamo pensato sempre solo a lei”. Besson ha spiegato di sentirsi molto fortunato perché nella propria carriera ha sempre potuto fare le proprie scelte liberamente: “Quando Michelle mi ha proposto di fare questo film avevo già degli impegni, ma quando mi ha chiesto la mia opinione sul copione, l’ho letto, ho pianto e ho subito chiamato il mio assistente dicendogli di cancellare gli impegni per i 18 mesi successivi. Non ci ho pensato neanche tanto. L’ho capito solo alla liberazione, ma la prima reazione è stata istintiva”.


Pace e democrazia
Nel film, come ha ribadito Besson, la democrazia per la quale si lotta nella non violenza è “l’aspetto in assoluto più importante. Io non sono un esperto di storia, ma questo è un esempio di lotta senza violenza durata trent’anni e se raggiungerà il suo obiettivo avrà dimostrato che è possibile una lotta pacifica. Forse questo tipo di strada sarà anche più lunga, ma non è detto che lei diventi primo ministro del suo Paese”.


La musica degli U2
Nella colonna sonora del film compaiono alcuni brani del gruppo U2, che le hanno dedicato “Walk On”: “Il brano è un pezzo che lei ama e ha suonato al pianoforte quando ha ricevuto il Premio Nobel a Oslo. Per quanto riguarda Bono, lui ha fatto di tutto per sostenere la sua causa e io volevo rendere omaggio al suo impegno, ma anche mostrare in che periodo ci troviamo”, ha spiegato Besson, che insieme alla Yeoh sostiene l’iniziativa del sito www.useyourfreedom.com, in cui, come ha raccontato l’attrice “tutti partecipano per far avanzare la causa della libertà”.

Letto 399 volte Ultima modifica il Giovedì, 27 Ottobre 2011 22:34

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