Lunedì, 17 Ottobre 2011 18:09

I Want to Be a Soldier - Recensione

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Goffo spot reazionario e terroristico sui devastanti effetti che la tv può esercitare sui più giovani, il film di Molina appare come un'occasione sprecata dagli esiti imbarazzanti. Ingiustificabile la presenza di Valeria Marini

Dopo la visione di I want to be a soldier, si hanno due reazioni contrastanti. La prima è una semplicissima e assai diffusa imprecazione liberatoria, concepita con un’acuminata punta di fastidio. La seconda, maturata a mente un po’ più fredda, è una riflessione generale su come questo film risulti un’occasione mancata.

La storia di questo bambino buono - il bravissimo Fergus Riodan - trasformato in un teppistello nazisteggiante dalla mancanza di attenzioni dei genitori e dalla tanto temuta tv in camera, poteva essere una storia interessante solo se affrontata in maniera lucida, asciutta e sfaccettata. E la prima parte della pellicola, in effetti, non è male: i rapporti coi genitori, le dinamiche scolastiche e la malsana tensione verso l’universo bellico del giovane Alex sono descritti in maniera interessante, gettando delle basi per un racconto complesso e dalle tinte intimiste. Quello che invece si sviluppa davanti agli occhi dell’incredulo spettatore ben presto si rivela come un goffo spot per famiglie terroristico e reazionario, che vorrebbe mettere in guardia gli adulti circa gli effetti devastanti dei media sulle labili menti dei loro figli, l’importanza dell’unità e della comunicazione familiare e la necessità di controllare, punire e reprimere i comportamenti ribelli. E per dimostrare ciò, lo spagnolo Christian Molina costruisce dei personaggi fastidiosamente estremizzati: una madre incredibilmente distratta ed un padre imbecille e fedifrago (entrambi quasi incuranti dell’enorme croce celtica che campeggia nella stanza del proprio figlio), uno psicologo catastrofista ed inquietante – l’ex Freddy Krueger di nightmareiana memoria Robert Englund -, dei compagni di scuola violenti e sboccati oltre ogni verosimiglianza, un preside ultraconservatore e moralista (che si abbandona ad un pistolotto imbarazzante ed ingiustificato prima dei titoli di coda) e, dulcis in fundo, un protagonista fin troppo instabile e problematico, costantemente in balia di amici immaginari e assai facilmente influenzato da ciò che vede e sente sul piccolo schermo della sua stanzetta. A rendere tutto ancora più agghiacciante, la presenza di Valeria Marini nel corpo docenti della scuola di Alex (chissà quale curiosa ironia ha voluto coinvolgere la nostrana soubrette proprio nel ruolo stridente di professoressa).

In definitiva un brutto film, animato forse da buone intenzioni ma mortificante nel suo risultato finale. Peccato soprattutto per gli attori, la cui ottima interpretazione è andata decisamente sprecata.

doppioschermo

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