Da Maison Ikkoku a Nana

Venerdì 07 Ottobre 2011 01:00 Scritto da  Gianluca Grisolia
Published in Cinelibri

Un'analisi comparata che mette a confronto due anime molto amati per evidenziare i cambiamenti nelle dinamiche sociali e culturali del Giappone dagli anni 80 ai giorni nostri

A quasi due anni da Kyoko mon amour arriva in libreria un altro libro dedicato alla serie animata probabilmente più bella e realistica del panorama giapponese: Maison Ikkoku. In realtà non si tratta di un saggio monografico, bensì un volume di circa un centinaio di pagine che mette a confronto due anime. Il titolo completo è infatti: Da Maison Ikkoku a Nana. Mutamenti culturali e dinamiche sociali in Giappone tra gli anni Ottanta e il 2000. La prima parte, curata da Riccardo Rosati, si concentra quindi sulla saga amorosa del nostrano Cara dolce Kyoko, mentre la seconda, ad opera di Arianna Di Pietro, analizza invece la storia delle due amiche omonime.

In realtà, per quanto ben scritti, entrambi i contributi si rivolgono ad un pubblico molto specifico. Non perché il linguaggio sia ostico – tutt’altro -, bensì proprio per la natura stessa delle riflessioni effettuate. Rosati prende spunto dalla sua passione per Maison Ikkoku (più il cartone che il fumetto) per metterne in risalto gli aspetti maggiormente legati al dettaglio del contesto urbano e allo studio dei rapporti tra i personaggi nell’epoca della vicenda narrata - gli anni 80 -, evidenziando gli intenti di critica sociale della stessa autrice Rumiko Takahashi all’interno della storia. Subito dopo, Di Pietro pone come contraltare contemporaneo la storia di Nana, anime tratto da un celebre josei manga ancora in corso di Ai Yazawa, focalizzando l’attenzione più sulle vicende familiari e sentimentali dei personaggi e dimostrando come l’universo di valori tradizionali di Maison Ikkoku sia stato qui invece quasi completamente soppiantato da un modello di vita all’occidentale, foriero di maggiore instabilità, angoscia e dispersione identitaria. Tuttavia queste analisi, per quanto interessanti e non prive di spunti attendibili, risultano contestualmente forse troppo legate alle due serie prese in esame e rischiano perciò di diventare quasi un pretesto per poter traslare in una sede più accademica quelli che, in fin dei conti, sono due prodotti mediatici che non hanno poi molto in comune, a livello sia stilistico che narrativo.

Ad ogni modo, una lettura gradevole per chi ha apprezzato almeno uno dei due anime del titolo, o per chi è incuriosito dal modo in cui i mutamenti delle dinamiche sociali nel tempo possano essere osservati attraverso il filtro colorato e paziente dell’animazione seriale.

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