La Dolce Vita: un simbolo, un sogno, un mistero che perdura – e si rinnova- da cinquant’anni esatti.Ma c’è qualcosa ancora che se ne sta dentro le scatole cinesi della pellicola, là dove Federico Fellini l’ha lasciato, e che attende di essere rivelato. Un quadro, ad esempio, di Giorgio Morandi.
Un dettaglio rivelatore finora del tutto assente nella pur vastissima letteratura dedotta da La Dolce Vita. A restituirgli spessore e problematicità, trovando la chiave di questa nuova lettura, è stato il giovane filmaker e scrittore Mauro Aprile Zanetti, che lo scorso 20 ottobre ha presentato per la prima volta in Italia, nella sede dell’Associazione Civita di Roma, il suo libro“La natura morta de La dolce vita – Un misterioso Morandi nella rete dello sguardo di Fellini”, con il commento della giornalista di Repubblica Leonetta Bentivoglio. Il libro non ha ancora un editore nel nostro Paese: è stato pubblicato a New York nel dicembre 2008 dalla Bloc-notes Edition, grazie ad un ambizioso progetto dell’Istituto Italiano di Cultura, e approda in patria dopo un riuscitissimo book-tour americano.
Zanetti si concentra su una sola sequenza, centrale nel film, quella in cui la natura morta di Giorgio Morandi compare nel salotto dell’intellettuale Steiner. E, come un archeologo stupito dinanzi all’improvviso apparire di un reperto, comincia a scavarvi attorno. E nel racconto si concede un tono giallistico, tipicamente narrativo piuttosto che saggistico, che fa della sua un’opera d’arte a sé. Ma scrive soprattutto un’analisi semiologica dettagliatissima che, frame dopo frame, rivela dal punto di vista tecnico lo stravolgimento delle regole grammaticali cinematografiche e dal punto di vista sostanziale quello che ritiene il vero e proprio nucleo metafisico del film.
Nel momento in cui il giornalista Marcello Rubini-Mastroianni arriva nel largo salotto dell’intellettuale Steiner-Alain Cuny, le scarne battute su quello sparuto Morandi diventano il pretesto e la sostanza del loro ragionamento esistenziale, quasi virgolettato dalle nature morte che li circondano. E quel quadro in particolare, così esile diventa, con uno straordinario potere di radiazione, indiscutibilmente monumentale. Solo lì infatti diventano possibili, evidenti, il rifiuto dell’immenso Steiner, la guglia gotica, avverso il fiume marcio della borghesia italiana, e la paura autentica di Rubini di trovarsi lui stesso dentro una natura morta che fronteggia la società della vanità.



