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La terra trema - Prove tecniche di compromesso storico?

Un affascinante enigma avvolge la realizzazione di quello che oggi noi consideriamo un grande film come La terra trema di Luchino Visconti, un enigma basato sull’ipotesi di un possibile compromesso politico tra cattolici e comunisti per la produzione di questo film in un periodo storico molto delicato della storia del nostro paese. Questo il punto dal quale trae origine l’idea dell’autore del libro, Roberto Semprebene, di una ricerca minuziosa ed accurata sul fondamento di tale tesi. La grande capacità documentale si esaurisce quasi totalmente presso l’archivio dell’Istituto San Paolo VI, dove l’autore riesce a ricostruire la vicenda legata alla produzione del film siciliano in maniera definitiva ed analizzata sotto il punto di vista veritiero: quello individuale. Ciò che viene evidenziato dal libro è una ricostruzione del lavoro produttivo legata propriamente a vicende interpersonali occasionali, così colui che sembrava essere il messo designato dal vaticano per portare soldi al film (il produttore Salvo d’Angelo) altri non è che un produttore presentato a Visconti dal regista Blasetti. Di qui gli equivoci sui quali si basano le teorie del compromesso: Salvo D’Angelo taglia fondi al film storico “Fabiola”, che proprio Blasetti stava girando, per destinarli al completamento di un progetto al quale si interessò fin da subito forse perché, essendo egli Catanese, si sentiva legato alla causa; e quello che avrebbe dovuto essere un documentario sulla condizione dei pescatori di Aci Trezza, grazie ai nuovi finanziamenti viene trasformato dal regista nel capolavoro di film che conosciamo. Nessuna propaganda comunista o cattolica quindi dietro la pellicola, ma solo una grande fotografia neorealista resa possibile da rapporti tra persone. Una necessaria antitesi questa del giovane autore del libro che grazie alla propria ricerca rende verità al processo produttivo di La terra trema


L'autore

Roberto Semprebene, dottorando in Scienze del Testo, presso l’università di Siena, è laureato con lode in Comunicazione politica, economica ed istituzionale presso la LUISS “Carlo Guidi” di Roma, dove è cultore della materia per la cattedra di semiologia del Cinema e degli Audiovisivi. Ha collaborato alla realizzazione del convegno internazionale “Neorealismo e presente dell’immagine. Il reale come progetto del film” organizzato nell’ottobre 2007 dalla fondazione Ente dello Spettacolo in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia e la Fondazione Cinema-Festa Internazionale di Roma.Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine.

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La natura morta de La dolce vita

La Dolce Vita: un simbolo, un sogno, un mistero che perdura – e si rinnova- da cinquant’anni esatti.Ma c’è qualcosa ancora che se ne sta dentro le scatole cinesi della pellicola, là dove Federico Fellini l’ha lasciato, e che attende di essere rivelato. Un quadro, ad esempio, di Giorgio Morandi.

Un dettaglio rivelatore finora del tutto assente nella pur vastissima letteratura dedotta da La Dolce Vita. A restituirgli spessore e problematicità, trovando la chiave di questa nuova lettura, è stato il giovane filmaker e scrittore Mauro Aprile Zanetti, che lo scorso 20 ottobre ha presentato per la prima volta in Italia, nella sede dell’Associazione Civita di Roma, il suo libro“La natura morta de La dolce vita – Un misterioso Morandi nella rete dello sguardo di Fellini”, con il commento della giornalista di Repubblica Leonetta Bentivoglio. Il libro non ha ancora un editore nel nostro Paese: è stato pubblicato a New York nel dicembre 2008 dalla Bloc-notes Edition, grazie ad un ambizioso progetto dell’Istituto Italiano di Cultura, e approda in patria dopo un riuscitissimo book-tour americano.

Zanetti si concentra su una sola sequenza, centrale nel film, quella in cui la natura morta di Giorgio Morandi compare nel salotto dell’intellettuale Steiner. E, come un archeologo stupito dinanzi all’improvviso apparire di un reperto, comincia a scavarvi attorno. E nel racconto si concede un tono giallistico, tipicamente narrativo piuttosto che saggistico, che fa della sua un’opera d’arte a sé. Ma scrive soprattutto un’analisi semiologica dettagliatissima che, frame dopo frame, rivela dal punto di vista tecnico lo stravolgimento delle regole grammaticali cinematografiche e dal punto di vista sostanziale quello che ritiene il vero e proprio nucleo metafisico del film.

Nel momento in cui il giornalista Marcello Rubini-Mastroianni arriva nel largo salotto dell’intellettuale Steiner-Alain Cuny, le scarne battute su quello sparuto Morandi diventano il pretesto e la sostanza del loro ragionamento esistenziale, quasi virgolettato dalle nature morte che li circondano. E quel quadro in particolare, così esile diventa, con uno straordinario potere di radiazione, indiscutibilmente monumentale. Solo lì infatti diventano possibili, evidenti, il rifiuto dell’immenso Steiner, la guglia gotica, avverso il fiume marcio della borghesia italiana, e la paura autentica di Rubini di trovarsi lui stesso dentro una natura morta che fronteggia la società della vanità.

Quella di Mauro Aprile Zanetti è, se vogliamo, una lettura in chiave minore del film, possibile solo di fronte alla complessità del genio. O è addirittura, come si diceva, una personale riscrittura. Partendo dallo stesso genoma –dice lui- lontano dalla logica del tradimento”. Basti pensare che il libro, denso di immagini, non contiene nemmeno un fotogramma del film, “per pulire il classico dal clichè”, ma solo le altrettanto suggestive illustrazioni di Piero Roccasalvo che ricostruiscono, come in un gioco, un nuovo storyboard de La dolce vita, un inedito…Fellini alla Morandi.
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I 1000 momenti fondamentali

Chi non ricorda l’osso che vola nel cielo lanciato dallo scimmione di 2001: Odissea nello spazio? O il finale di Casablanca? O le scene ad alta temperatura erotica di Ultimo tango a Parigi? O, più recentemente, il monologo dell’orologio in Pulp Fiction e la pallottola al rallentatore di Matrix? Sono alcune scene indimenticabili che un gruppo di 63 autori di tutto il mondo (critici, scrittori, docenti, storici del cinema) hanno selezionato in 1000 momenti “memorabili” nella storia del cinema. I più profondi, essenziali, illuminanti o più significativi. Chris Fujiwara li ha raccolti e ne è nato un libro imponente (800 pagine) che rappresenta una sorta di “sogno collettivo sul cinema”, restituito da un affascinante reticolo di 63 prospettive, suggestioni e riflessioni differenti sul cinema e i film dalle origini a oggi.

A guidare le scelte criteri emotivi e soggettivi, supportati da una rigorosa precisione storica e critica. Si tratta di istanti leggendari e altri meno noti, ma altrettanto preziosi che ci invitano a riguardare i film con occhi diversi, a scoprire dettagli che non conoscevamo o che abbiamo dimenticato, coincidenze bizzarre o rivelazioni impreviste.

Il libro, corredato da 280 immagini è diviso in categorie: scene imperdibili, film visti come momenti di svolta della storia variegata e multiforme del cinema, attori, colti in una interpretazione unica e irripetibile, battute che hanno lasciato un segno, eventi che più hanno influenzato il cinema nel suo complesso.

I 1000 momenti sono una rassegna della produzione americana ed europea, ovviamente, ma anche dal cinema giapponese o coreano, indiano o dei paesi dell’Africa. Ognuno di essi è un invito a guardare, a conoscere e ad appassionarsi.
A ogni film è dedicata una breve scheda, comprensiva di cast and credits, il cui titolo evidenzia se il “momento individuato” è relativo a una scena, o rappresenta un evento, una battuta, un film inteso come fenomeno o una persona. E in ogni scheda viene sintetizzato il motivo della sua rilevanza.
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Il sistema sceneggiatura

Come si scrive una storia per il cinema e in che modo si racconta un film? Lo si può fare senza ricorrere a “trucchi da quattro soldi”, come spiegava Carver a chi voleva intraprendere onestamente il mestiere dello scrittore. Ma è necessario conoscere bene tutti i meccanismi del sistema narrativo e il loro funzionamento. Troppi manuali destinati ai futuri sceneggiatori o ad aspiranti critici cinematografici dispensano formule e regole senza analizzare a fondo la “macchina” che determina e sviluppa la trama di un film. Con il libro Il sistema sceneggiatura, scrivere e descrivere i film (Edizioni Lindau, pag. 362, euro 22), invece, Luca Bandirali ed Enrico Terrone, insigni studiosi della settima arte, hanno svolto un lavoro da perito settore,  si sono addentrati nel corpo vivo dell’opera cinematografica, la storia, appunto,  sezionandone e spiegandone le parti che la costituiscono. Facendo tesoro dell’esperienza acquisita dagli stories analyst americani, ma non solo, e seguendo una logica rigorosa e scientifica, i due autori si sono soffermati sulle definizioni di storia e sceneggiatura, sui principi che generano un film (story concept e tema), sugli elementi costitutivi di una trama (il personaggio e il mondo). Poi hanno preso in esame il “motore” che mette in movimento la storia, ovvero il plot e la sua attuazione. Un capitolo del libro è dedicato alla scena. Viene infine tracciata una mappa con le principali strade che la macchina narrativa può percorrere, cioè i generi, senza escluderne alcuno. Perché, dunque, un libro sulla sceneggiatura? «Ci interessava stabilire quali fossero le parti essenziali delle storie e i loro procedimenti di costruzione, partendo dall'impianto generale, cioè dalla domanda: “Che cosa deve necessariamente succedere perché ci sia una storia?”, per arrivare fino ai minimi dettagli: “Come è fatto il mondo abitato dai personaggi di una storia? Attraverso quali traiettorie si dipana la storia? In che modo queste traiettorie sono scomposte in scene? Come funziona, presa singolarmente, ciascuna scena?”».

Il libro, precisano Bandirali e Terrone «riguarda chi i film li vuol scrivere, perché  capire come funziona un film è il modo migliore per imparare a progettarne uno, ma riguarda ancor più chi i film vuole descriverli, riconoscere come sono fatti, capire come funzionano, acquisendo gli strumenti utili per analizzare, valutare, interpretare un’opera cinematografica con cognizione di causa». La ricerca condotta per la realizzazione del volume si è riferita ad ogni categoria di film narrativo,  Il sistema sceneggiatura non si rivolge solo agli sceneggiatori, ma anche agli script consultant, ai critici cinematografici, agli studiosi e agli studenti. Ma è dedicato soprattutto allo spettatore, sostengono Bandirali e Terrone «all’appassionato di cinema qualunque sia il modo in cui questa passione si manifesta, fosse anche semplicemente guardando un film».

Gli autori: Luca Bandirali è docente di Storia e Tecnica della Sceneggiatura presso l’Università del Salento e ha scritto insieme a Sabina Guzzanti la sceneggiatura del film Le ragioni dell’aragosta (2007). Enrico Terrone insegna Storia e critica del cinema presso l’Università del Piemonte Orientale e collabora con il Labont (Laboratorio di Ontologia) dell’Università di Torino. Sono entrambi redattori di «Segnocinema». Per Lindau hanno scritto: Nell’occhio, nel cielo. Teoria e storia del cinema di fantascienza (2008).

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Il cinema di Terence Young

È stato il primo a dare un volto e a raccontare sul grande schermo con Agente 007, licenza di uccidere, uscito nel 1962, le vicende di un personaggio divenuto in seguito, proprio grazie al cinema, l'agente segreto più famoso del mondo. A lui si deve il film che ha aperto la lunga serie su James Bond, la spia inventata dal romanziere britannico Jan Fleming e protagonista di numerose altre pellicole di successo. Al regista Terence Young (1915-1994) e all'intera sua opera, è dedicato un libro edito da “Il Foglio Letterario“ e scritto dal giornalista Mario Gerosa. «Young è stato il primo a definire il canone del favoloso Bond cinematografico – afferma Gerosa – ma per lui il successo che ebbe il film fu una fortuna e una condanna allo stesso tempo». Il perché è presto detto: «Il regista, che girò altri due episodi della saga di 007 (Dalla Russia con amore e Thunderball - Operazione tuono), venne spesso identificato come l’autore dei primi film di Bond (comunemente definiti dalla critica “i più belli”, ndr), e in tal modo non si rese mai giustizia a un autore che per tutta la vita spaziò, invece, tra gli stili e i generi, girando una quarantina di film che vanno dal thriller alla ricostruzione storica fino al dramma di introspezione psicologica» spiega l'autore della monografia. Young era un uomo colto e raffinato. Nato a Shanghai da genitori inglesi, laureato a Cambridge, esordì come cineasta a soli 33 anni con “Il mistero degli specchi!“, storia di un uomo malato di Rinascimento che costringe una sconosciuta a seguirlo nella sua folle brama di ricostruire un’epoca. Quella storia di arte e follia girata in un poetico bianco e nero è il primo indizio per scoprire la versatilità di Terence Young, che nella sua carriera alternò film di genere destinati a diventare cult movies e film di grande impegno sociale che fecero scalpore all’epoca ma che vennero presto dimenticati.

Dotato di una straordinaria cultura cinematografica, innamorato dei film di Feyder, Young si divertì per tutta la vita a giocare con i meccanismi del cinema, passando dal trash mitologico (Le guerriere dal seno nudo, Gli Orazi e i Curiazi)  al cult western con l’improbabile terzetto Bronson-Delon-Mifune  (Sole rosso), allo spy-thriller (Triplo gioco). «Ma l’uomo che portò al cinema l’epopea saffica delle Amazzoni – dichiara Mario Gerosa a DoppioSchermo –  il regista che ebbe per primo l’idea di calare un samurai nelle atmosfere del selvaggio West e che raccontò una spy story dal lato umano, raccontando vizi e debolezze degli agenti segreti, fu anche un attento osservatore e un cronista del suo tempo: negli anni ’50, infattio, girò una serie di film di denuncia, criticando aspramente la società contemporanea: in Londra a mezzanotte si parla dello stupro di una ballerina minorenne, mentre Tall headlines scandaglia le tragedie covate in famiglia, e Serious Charge è incentrato sulla storia di un prete accusato di molestie da un giovane».

Young, si legge nel libro di Gerosa, fu molto apprezzato anche come autore di film di guerra, riuscendo a emozionare gli spettatori con una straordinaria Audrey Hepburn cieca ne Gli occhi della notte, un film molto amato dal più grande maestro di suspense che il cinema abbia mai avuto, Alfred Hitchcock. 
L’autore del testo ha analizzato le innumerevoli sfaccettature dell'opera di Young basandosi anche sulle testimonianze di attori e professionisti del set che conobbero e lavorarono con il regista. Il volume comprende interviste esclusive a Ken Adam, il leggendario scenografo dei film di 007, Ursula Andress, Alessandra Celi, Ennio Morricone, Luciana Paluzzi, Aldo Zezza.

La prefazione è di Edward Coffrini Dell’Orto, presidente dello 007 Admiral Club, l'introduzione è curata da Dario PM Geraci.

L'autore: Mario Gerosa, 46 anni, giornalista milanese, si occupa di cinema, culture digitali e new media.  Nel 1987 ha vinto il Premio Pasinetti Cinema Nuovo con un saggio su Luchino Visconti. Ha pubblicato libri sui mondi virtuali e saggi sul machinima e sui trailer nei videogames. Insegna Multimedia al Politecnico di Milano. A noi di Doppioschermo ha confidato: «Da quando avevo 5 anni ho cominciato a vedere i film di James Bond e da allora non ho mai smesso di amarli». E si tratta solo di una delle sue tante passioni.

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