19 Oct
Truffaut, la politica degli autori
Scritto da Valeria Jannetti |
 

“ (…) Ma non si puo' ignorare la poesia quando balza in vetta alle classifiche” Andy Warhol

Truffaut, la politica degli autori, Alfred Hitchcock. Un breve sguardo.

Prima di diventare il famosissimo regista della Nouvelle Vague francese, Francoise Truffaut nasce come critico. Grazie alla squadra di giovani formatisi alla corte di Andrè Bazin, il mondo del cinema inizia a fare i conti con uno sguardo diverso, nuovo, capace di inglobare nell'universo degli argomenti da trattare un tipo di cinema fino a quel momento poco studiato, considerato di basso profilo.

Attraverso l'iniziale scandalo, gradualmente i giovani critici riusciranno a portare all'interesse dei loro colleghi, ancora legati ad una visione passatista del cinema, il cinema americano “di cassetta”, riabilitando ed anzi innalzando figure ormai considerate classiche come Alfred Hitchcock. Colpevole di avere troppo successo, e di utilizzare generi troppo codificati, il regista inglese non era affatto amato dalle intelligenze del cinema.

Politica, degli autori. La virgola per dividere due puntualizzazioni. Se nei paesi anglofoni troviamo un equivalente, questa è chiamata “autor theory”. Teoria, non politica. Ma siamo in Francia, e all'inizio degli anni '60, e la teoria era forse troppo legata alle accademie, mentre la politica esplode nella vita dei giovani: “il personale è politico” si diceva, ed era un modo diverso di vivere le esperienze, condiviso dalle figure che da lì a poco sarebbero emerse con tutta la loro carica rivoluzionaria. Evidentemente, in Francia la teoria non bastava.

Degli Autori. La figura dell'Autore è la figura che si accompagna a nozioni come Opera e Arte, in una visione più ampia di quella che avrebbe un semplice regista alle prese con un film di genere commissionato da una qualunque produzione. La specificità del discorso affidato ai giovani dei Cahiers verte proprio su questo, ovvero sulla capacità di vedere un comune linguaggio, un progetto esteso anche agli altri film da parte di un regista che si esprime attraverso il cinema come un pittore si esprime attraverso il suo rapporto con la tela.

E' quindi in un contesto simile che Truffaut decide di occuparsi nel miglior modo possibile di un Autore come Alfred Hitchcoch, perchè ancora giovane e perchè non ancora liberato dalla voglia di convincere, comun denominatore dei giovani dei Cahiers, come lui stesso afferma nella prefazione de ”Il cinema secondo Hitchcock”. Cinquanta ore di intervista-fiume sul cinema,  sulla nascita, l'elaborazione , la regia ed il risultato finale di un film, sulla scelta e sul rapporto con gli attori, insomma, sulla macchina-cinema. E su Alfred Hitchcock, of course. A dire il vero il libro nasce qualche anno dopo l'inizio del rapporto fra i francesi e Hitchcock. Già si era consumato lo scandalo iniziale, a questo punto mancava convincere, attraverso le parole stesse del Maestro, anche i suoi detrattori d'oltreoceano. Anche se i due cineasti hanno lavorato in maniera differente, con tematiche diverse  e soprattutto affrontate da prospettive dissimili, il libro presenta uno straordinario dialogo fra un Maestro ed un discepolo. Truffaut, ancora giovane, era comunque ben preparato dal punto di vista tecnico, abbastanza da delineare già i punti di forza del Maestro, prima fra tutti la suspence. La tecnica della suspance era in Hitchcock il fulcro stesso della costruzione filmica, nella ricerca quasi maniacale del “momento privilegiato” esteso il più possibile all'intero film, costruito dunque “senza buchi né macchie”.

Secondo il punto di vista di Truffaut, Hitchcock riesce ad essere uno dei pochi registi completi. Il suo lavoro è sì sulla sceneggiatura, ma anche su ogni immagine, scena o inquadratura. Ha idee creative su tutto, e si occupa anche della post-produzione, montaggio e pubblicità stessa della pellicola. Maniacale come è, riesce perfino a educare il suo pubblico, quando esce “Psycho”, ad entrare in sala solo all'inizio del film.

Anche la scelta degli attori è una questione molto interessante. Se in Hitchcock prevale la presenza di una star acclamata e conosciuta, questo è funzionale alla sua specifica narrazione. In questo modo, infatti, se gli serviva un attore per interpretare il ruolo di un uomo che suscitasse simpatia, per esempio, ecco che sceglieva chi già aveva una figura simile, come James Stewart. In questo modo il maestro del mistero riusciva ad eliminare da subito momenti di narrazione che a lui sembravano poco interessanti, per dedicarsi a riempire i vuoti con la spettacolarizzazione assoluta dell'intreccio narrativo. Al contrario, ecco che Truffaut costruisce film in cui la formazione del personaggio avviene per gradi, un esempio fra tutti il ritratto di Jeanne Moreau in Jules e Jim.

L'interesse suscitato dall'”Hitchbook”  (come lo chiamava affettuosamente Truffaut) ha fatto in modo che la figura di Alfred Hitchcock non solo ne uscisse finalmente bene, ma ha fatto in modo che le persone comprendessero finalmente anche “Che cosa è il cinema” per parafrasare il titolo del libro delle analisi di Bazin, altro mentore di Truffaut. Il libro è insomma sì un'intervista, ma è anche lo scambio di due cineasti amanti del proprio lavoro, che si mettono in gioco per svelarsi sia alle elite culturali che al grande pubblico. Comune ad entrambi in effetti è la simpatia, l'humor che esce da ogni pagina del libro e che fa sì che grandi temi possano esser trattati senza mai annoiare. In una discussione continua “senza buchi né macchie”.

Il lavoro di critica di Truffaut abbraccia allora il cinema tout-court, in un modo nuovo che continua ad affascinare, e formare, in una continua e sempre attuale azione “politica”.

Ammira Hitchcock, fino al punto di definirlo il Kafka, Dostoevskij, o Poe del cinema. E grazie al suo libro, e agli interventi critici, riesce a far reggere il paragone anche adesso. Sono passati venticinque anni dalla morte di Francois Truffaut, e ne sentiamo la mancanza. Ma questa è un'altra storia.

doppioschermo

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