Era il 28 dicembre 1895 quando avvenne la prima proiezione in sala a pagamento. Il pubblico potè godere di Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi, grazie al cinematographe realizzato da Louis e Auguste Lumiere. Poco più tardi arrivarono le prime pellicole girate in Italia. Siamo tra il 1903 ed il 1908, tre case di produzione danno vita al cinema italiano: la Cines, nata a Roma per iniziativa di Filoteo Albertini, che con il film La presa di Roma, portarono sul grande schermo le gesta dell’ Impero Romano; l’ Ambrosio di Torino che spaziava da un genere comico ad uno drammatico e l’ Itala Film. Accanto al film storico, inizia a farsi strada anche il genere dramma sentimentale, che sancisce l’ affermarsi di due grandi dive: Lyda Borelli e Francesca Bertini.
Lyda Borelli lanciò il fenomeno del divismo. Fu la prima donna, chiamata dalla Gloria Film di Torino, per interpretare Ma l’ amor mio non muore!. Grazie a questo e ad altri film, la Borelli ottenne un successo straordinario e diventò un punto di riferimento per le tutte le spettatrici e non solo, poiché anche il pubblico maschile impazziva per lei. Francesca Bertini, grazie alla sua capacità di interpretare ruoli melodrammatici e di padroneggiare le scene con disinvoltura, diventò una figura chiave per la sua epoca. Fra i suoi film più famosi, si ricordano Assunta Spina (1915), La donna nuda (1918) e I sette peccati capitali (1919) in sette episodi.
Femme fatale per antonomasia è stata Marlene Dietrich. Già sulle scene berlinesi, con ruoli secondari in film muti tedeschi, la Dietrich ottenne successo con il film L’ angelo azzurro di Joseph Von Sternberg nel 1930. Per costruire la sua immagine di diva, la Dietrich si fece estrarre quattro molari, per apparire ancora più sofferente in volto. Negli anni Trenta, la sua figura si sviluppò in parallelo con quella di Greta Garbo. Con il film Disonorata, la Dietrich creò scompiglio tra i benpensanti, interpretando una prostituta viennese che si trasforma in spia e contribuisce a smascherare i traditori. Gli anni Quaranta sono segnati dall’ epopea delle donne martiri. Ombre rosse di John Ford, usa allegoricamente una diligenza per mostrare come i pregiudizi sulle classi sociali siano privi di fondamento, anche attraverso due figure femminili dal ruolo attivo: Louise Platt e Claire Trevor. In Sentieri Selvaggi la donna ha un ruolo meno attivo, ma la storia ruota comunque introno a lei. Ne L’ uomo che uccise Liberty Valance, la figura della donna è simbolica.
Gli anni Cinquanta portarono la donna fuori del focolare domestico. Ormai le donne, non più relegate al ruolo di madre, moglie o fidanzata, assumono un ruolo attivo, come veramente accaduto in America durante la Seconda Guerra Mondiale, quando le donne abbandonarono il focolare domestico per mandare avanti le fabbriche. Il cinema si trovò ad un bivio: restaurazione o cambiamento. Al melodramma familiare venne affidato il compito di rappresentare questo periodo, con pellicole come Il gigante (1956), La lunga estate calda (1958), La gatta sul tetto che scotta (1958). Negli anni Sessanta e Settanta, fanno la loro comparsa le dive Grace Kelly, Marilyn Monroe e Brigitte Bardot. I loro film sono emblema di una donna che vuole sentirsi diversa, vuole distinguersi e scoprire la propria identità. Ma in questi stessi anni avviene anche un profondo cambiamento del genere, grazie al clima di contestazione tipico di quegl’ anni. E’ l’ epoca di Marlon Brando che fa vincere l’ oscar con Il Padrino ad una ragazza indiana, mettendo in discussione i capisaldi del genere: buono – cattivo, indiani – cowboy.
A partire dagli Ottanta, il modo di vedere la donna è cambiato. Si inizia con donne che si travestono da uomini. Il prototipo era stato lanciato nel 1935, ne Il diavolo è femminaYentl, di e con Barbra Stresand, conferma di una medioevale femminilità. Donne che rinunciano alla propria femminilità per affermarsi professionalmente, come Il soldato Jane con Demi Moore. Donne che diventano anti eroine alla ricerca del lieto fine, Desperate Housewives. Donne oggetto d’ attrazione e di fobia, come le donne di Woody Allen. Donne capaci di affrontare la vita con coraggio e solidarietà, come le donne di Almodovar. con Katherine Hepburn, ripreso nel 1983 da
Grandi donne come Agnes Varda, Chantal Akerman Margarethe Von Trotta, hanno rappresentato il cinema delle maestre. In Italia, nello stesso periodo, gli anni Settanta, abbiamo avuto Liliana Cavani e Lina Wertmuller. Negli anni Ottanta arrivano Patricia Rozema e Lea Pool. La Wertmuller ha iniziato la sua carriera nel 1963 con la commedia I basilischi. Nel 1992 dirige Io speriamo che me la cavo. Nel 2001 realizza la fiction Francesca e Nunziata con la Loren che dirigerà anche in Peperoni ripieni e pesci in faccia. Scrittrice e regista è Cristina Comencini. La Comencini porta in scena piccoli drammi quotidiani di gente comune. Regista de La bestia nel cuore e Il più bel giorno della mia vita. Altra artista italiana è Francesca Archibugi. I temi a lei cari sono quelli adolescenziali come quello della sua prima opera Mignon, dove un ragazzino tredicenne si innamora della cugina francese non ricambiato. Il suo capolavoro è Il grande cocomero, dove mette in scena il mondo degli adulti visto attraverso gli occhi di una bambina. Nel 2008 ha realizzato Questioni di cuore con Kim Rossi Stuart e Antonio Albanese. Più recente è la presenza dietro le telecamere di Sabrina Guzzanti con il suo celebre Viva Zapatero. Ultima fatica Le ragioni dell’ aragosta, film – backstage della trasmissione Avanzi con i suoi comici. Liliana Cavani ha lavorato più all’ estero che in patria, ma celebri restano i suoi lavori: Il portiere di notte, Interno berlinese e il più criticato Il gioco di Ripley.


