Lunedì, 04 Aprile 2011 15:07

Paul Haggis, un remake dopo Crash e Nella valle di Elah

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Intervista al regista e sceneggiatore premio Oscar, a Roma per presentare The Next Three Days

“Più miglioro come scrittore e sceneggiatore e più peggioro come essere umano”. Parola di Paul Haggis, il regista premio Oscar oggi a Roma per presentare il suo ultimo film, The Next Three Days, in uscita nelle sale l’8 aprile.


Perché ha scelto di girare un remake di Pour Elle?

In realtà il film originale mi era piaciuto moltissimo, ma pensavo che nel remake avrei potuto pormi delle questioni sui protagonisti che nella versione originale non erano state affrontate come la volontà di credere nella natura dell’amore. Per me, realizzare un buon film significa offrire al pubblico un prodotto che coniughi intrattenimento e riflessione. Del resto, non mi considero uno snob: se anche Scorsese decide di fare un remake, allora va bene anche per me.

Come mai ha scelto questa storia? C'è qualcosa di autobiografico o un episodio legato all'attualità che l'ha colpita?

Non c'è nulla di autobiografico per quello che riguarda il crimine, ma io mi identifico nella storia d'amore. Anche io mi sono posto la domanda: "Che cosa può arrivare a fare un uomo per amore di una donna?"

Perché l’epilogo del film svela più del necessario?

Tutti gli spettatori vorrebbero un happy end, ma le immagini che ho scelto di mostrare non sono altro che le stesse che ho fatto vedere all’inizio. Siamo così portati a credere nel lieto fine che naturalmente pensiamo che tutte le storie sul grande schermo finiscano bene. Io ho solo voluto raccontare la storia di un uomo che crede nell’amore e si spinge oltre i suoi limiti per salvare una donna, anche sacrificando se stesso. Il problema è che oggi vogliamo ottenere molto più di quello che siamo disposti a dare, in amore come nel mondo degli affari.  Questo è il motivo per cui penso di aver avuto successo: all’inizio della mia carriera ho avuto l’entusiasmo giusto per dare più di quello che mi offrivano, così come è capitato per Crash, dove praticamente ho lavorato gratis. Ho fallito solo quando sono stato troppo presuntuoso: l’ego distrugge molte carriere ad Hollywood.

C’è stato qualche fallimento nella sua carriera?

In Crash e Nella valle di Elah affronto il peccato dell'orgoglio, quello da cui sono affetto, e secondo me c'è una ragione perché è considerato uno dei sette peccati capitali. Per me, una volta raggiunto il successo, è difficile restare con i piedi per terra davanti al pubblico o ai giornalisti. Devo sforzarmi di ricordare che non sono bravo solo perché qualcuno mi dice che lo sono. Sono sempre in bilico tra  la falsa modestia e l'umiltà e mi ripeto continuamente di non giudicare me stesso né troppo duramente, nè con condiscendenza.

Perchè ha scelto come protagonista Russel Crowe?

Non ho pensato a lui durante la fase di scrittura della sceneggiatura, perché credo che scrivere una storia sapendo già chi la interpreterà sia un pessimo servizio all'attore, che viene scelto proprio in funzione di quello che ha già realizzato in passato. In genere comincio a pensare al casting appena finisco di scrivere la sceneggiatura.

Com’è Russel Crowe sul set?

A dispetto delle leggende sulla sua figura, che lo descrivono come un attore litigioso e poco disponibile, devo ammettere che lavorare con Russel è stato molto bello: è un artista generoso, pronto a mettersi in gioco. Credo che rappresenti una sfida, nel senso positivo del termine.

Qual è il tipo di film che preferisce girare, visto che le sue pellicole sono sempre molto differenti tra loro?

La sfida per me è sempre la stessa: trovare una bella storia e raccontarla bene. A volte è facile, a volte è difficile. Io combatto sempre con la mia scrittura. Ad esempio, Million dollar baby ha richiesto un anno per la stesura, mentre la sceneggiatura di questo film l'ho sbagliata 50 volte e mi ha impegnato un anno e mezzo. Credo che bisogna prendere seriamente il proprio lavoro, ma al tempo stesso non bisogna prendersi troppo sul serio.

Questo è il primo film che realizza con la sua casa di produzione. Perchè a Hollywood, una volta raggiunto il successo, attori e registi importanti ritengono necessario fondare una propria casa di produzione?

Nella realizzazione di un film, tutte le decisioni finanziarie sono creative e viceversa: è necessario assumersi tutte le responsabilità. Ho detto la stessa cosa anche agli studenti di una scuola di cinematografia di Haiti, distrutta dopo il terremoto, che abbiamo aiutato a ricostruire: se ti viene data la chance di fare un film, devi fare del tuo meglio per portarlo a termine, perché non puoi permetterti di sprecare quest’opportunità.

Sottopone a qualcuno le sue sceneggiature?

La mia ex moglie Debra – siamo separati da un anno e mezzo - è il mio giudice migliore: non sempre ha ragione, però mi fido di lei e del suo giudizio. Quando le mostrai la sceneggiatura di Million dollar baby per 2 giorni non mi rivolse la parola perché pensava che avrei dovuto cambiare il finale. Per fortuna non le diedi ascolto!

Mentre scrive si ispira a qualcuno?

Quando scrivo cerco di non ispirarmi a nessuno. Ogni volta immagino il film come se fosse proiettato, ma quando ci rimetto le mani, il lavoro cambia continuamente.

Il denominatore comune dei suoi film è sempre un dilemma morale. Cosa racconterà nel suo prossimo film?

Non voglio svelare troppi dettagli. Dico solo che si intitolerà Third Person e sarà basato su tre storie d'amore che si intrecciano, come in Crash.

A proposito di dilemmi morali, cosa ne pensa della posizione americana sulla guerra in Libia? Teme che diventi un nuovo Afghanistan?

Sono una persona che ha sempre sostenuto con convinzione le proprie opinioni. Anche quando uscì Nella valle di Elah contestai duramente l’amministrazione Bush e non ho avuto timore a criticare anche Obama quando, a poche settimane dalla sua elezione, rinunciò alla chiusura di Guantanamo. Non sono molto informato sulla Libia, ma so per certo che quando la gente lotta per la libertà merita sostegno. Facciamo troppo spesso ricorso alla violenza, non siamo ancora sufficientemente intelligenti per capire che la pace richiede innanzitutto una collaborazione con il nemico. Forse ci piace “creare” dei nemici da combattere. Non avremmo dei rapporti più tranquilli con l'Iran se non avessimo appoggiato lo scià, un regime assassino da cui abbiamo tratto profitto o vantaggio? Non siamo noi a crearci i nostri stessi nemici? Mi piace provare a dare una risposa a queste domande nei miei film, lasciando che siano i personaggi ad affrontarle e a stimolare una riflessione nel pubblico.

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