Sono passati quasi venticinque anni dall’uscita in edicola del primo numero di Dylan Dog, un lontano ottobre del 1986. Pare che quel volume, L’alba dei morti viventi, fosse passato inosservato. Il successo non fu quindi immediato ma, come nel caso di altri miti senza tempo, arrivò solo più tardi grazie ad un compulsivo passaparola dei giovani lettori. Le avventure dell’indagatore dell’incubo si sono poi moltiplicate negli anni. Alla testata regolare (ormai prossima alla boa del numero 300) si sono affiancate collane speciali e ristampe di grandezza, prezzi e periodicità differenti. Nuovi sceneggiatori ed artisti si sono affiancati ai veterani, e quasi tutti gli anfratti più oscuri dell’animo umano o dell’iconografia horror sono stati esplorati in questi 5 lustri di storie disegnate.
E pensare che il suo creatore, Tiziano Sclavi, inizialmente pensava ad un semplice e classico noir. Un personaggio alla Raymond Chandler, che si muovesse in una Londra fumosa e grigia ma senza alcuna marcata componente macabra. Qualcosa che avesse al massimo il sapore della black comedy alla Arsenico e vecchi merletti. E invece, quando i lettori impararono a conoscere l’indagatore dell’incubo, si trovarono subito di fronte un ragazzo sulla trentina ironico, donnaiolo, dal passato oscuro e vagamente demoniaco, affiancato da un buffone sosia di Groucho Marx e dotato di un inspiegabile “quinto senso e mezzo” (quasi una parodia benevola del senso di ragno di Peter Parker). E soprattutto, invischiato in storie di fantasmi, morti viventi, mostri ed eventi paranormali.
Nel 1994 Michele Soavi (regista televisivo e cinematografico) girò l’adattamento di un romanzo che Tiziano Sclavi aveva pubblicato solo tre anni prima ma che era in realtà rimasto inedito per ben otto anni: Dellamorte Dellamore. Il film aveva per protagonista Rupert Everett, proprio l’attore che Sclavi aveva preso a modello per definire i lineamenti del suo Dylan. Sebbene quindi la pellicola non fosse ispirata al fumetto di Dylan Dog, si ha l’impressione che sia così: il personaggio di Francesco Dellamorte, cupo guardiano di un cimitero, sembra proprio lo studio generale per arrivare al futuro eroe del fumetto, costituendone verosimilmente un prototipo. Non propriamente un capolavoro, Dellamorte Dellamore divenne un piccolo skult per gli aficionados di Dylan Dog, e attirò molta attenzione più che altro per il nudo della procace e giovane Anna Falchi.
Negli anni successivi, nessuno ha più pensato di adattare ufficialmente le avventure dell’indagatore dell’incubo, né sul piccolo né sul grande schermo. Non deve però stupire che a pensarci, oggi, siano stati gli americani. Il nostro old-boy è stato tradotto in diversi paesi, sia europei che non, USA compresi. Ovviamente solo con alcune selezioni di storie prese dalle varie collane, e non in maniera quasi integrale come meriterebbe un fumetto seriale di qualità. Ma questo è già tanto, considerando che – esattamente come accade con i film – raramente i fumetti nostrani riescono a superare i confini nazionali, a ancor più raramente in maniera pregnante. Ciò che evidentemente però non bisogna aspettarsi è che l’imminente Dylan Dog: Dead of night di Kevin Munroe (regista del film animato delle Tartarughe ninja, TMNT) intenda rispettare lo spirito originale del fumetto cui si ispira. Già il trailer ufficiale aveva fugato ogni dubbio, ma non è il caso di illudersi che la visione dell’intero film possa in qualche modo smentire quella sensazione iniziale. Sarebbe un pessimo investimento emotivo. Il Dylan Dog di questa versione, impersonato da Brandon Routh (Superman Returns, Scott Pilgrim vs The World) appare subito fin troppo spavaldo, e la sua ironia è più smargiassa che brillante. Il suo assistente cinematografico Marcus è quanto di più lontano si potesse adattare dal cartaceo Groucho. Soprattutto, delle centinaia di avventure da cui era possibile attingere una storia adatta per il grande schermo, la produzione americana ha deciso di non usarne nessuna in particolare e di scrivere invece una sceneggiatura nuova di zecca che mischiasse gli elementi più cialtroneschi (e forse meno interessanti) dell’universo dylandoghiano. Così, mentre i ricordi migliori del pubblico italiano saranno sempre legati a quegli albi dal sapore malinconico o surreale (Johnny Freak, Il lungo addio, L’ultimo uomo sulla terra, La scelta, La strada verso il nulla), in cui il vero orrore trovava quasi sempre origine nella sola cattiveria umana, quelli del nuovo pubblico internazionale ancoreranno l’identificazione del personaggio per lo più a morti viventi, magie, pistole e battute ammiccanti.
Magari Dylan Dog: Dead of night si rivelerà una sorpresa inaspettata. Un’operazione intelligente, citazionista e nient’affatto banale. Chissà. Ad ogni modo, fino al 16 Marzo (data in cui approderà in sala) i fan del Dylan originale faranno meglio a congelare la loro mappa di personaggi e storie amate nel corso degli anni e ad abbassare al massimo ogni aspettativa. Solo così, qualunque cosa accadrà, riusciranno ad affrontare davvero l’”incubo”.




