E’ stata presentata lunedì 31 Gennaio alla Casa del Cinema a Roma, l’opera prima della regista milanese Paola Randi dal titolo Into Paradiso. Il film prodotto da Fabrizio Mosca per Acaba Produzioni e distribuito da Istituto Luce, uscirà venerdì 11 febbraio in 30 copie in tutta Italia. Un investimento pari all’incirca a 900.000 euro di budget, che ha come al solito, nel seguito del percorso di promozione e distribuzione, richiesto degli sforzi ,come sempre avviene a dispetto di altri prodotti dall’appeal più commerciale che riescono a imporsi con un numero di copie maggiore e più tempo in programmazione. Ad illustrarci la genesi della storia, sono presenti in sala dopo la prima, la regista Paola Randi , Luciano Sovena, amministratore delegato dell’Istituto Luce, il produttore Fabrizio Mosca e i tre attori protagonisti : i napoletanissimi Gianfelice Imparato e Peppe Servillo, e lo Srilankese Saman Anthony.
Il film girato interamente a Napoli, in una zona dei quartieri Spagnoli detta il “Cavone”, tra Piazza Dante e via Salvator Rosa, è una storia di integrazione e legami fortuiti tra persone di etnie diverse.
La parola alla regista che risponde alle prime curiosità sull’ideazione della sceneggiatura.
“Lo spunto nasce da un mio viaggio a Napoli, in un momento che ricordo precisamente e che ha innescato quell’intuizione secondo cui avrei potuto raccontare la multi etnia contemporanea in modo leggero e con ironia. Ero a Piazza Dante, davanti a me due gruppi di ragazzini , tutti della stessa età, da un lato degli scugnizzi napoletani che giocavano a pallone, dall’altro elegantissimi bambini Srilankesi che giocavano a cricket, lo sport più popolare in Sri Lanka. Da lì la spinta a iniziare le ricerche sulle comunità straniere a Napoli, i loro spazi, i luoghi di aggregazione. Volevo poi un protagonista che in quel contesto di melting pot si ritrovasse catapultato per caso, e che provasse comunque un senso di estraniamento nonostante si trovasse sempre nella sua città. Ed ecco che un precario, un ricercatore sfruttato, sottopagato e licenziato (Gianfelice Imparato) entra nella vita di Gayan (Saman Anthony), anche lui ritrovatosi improvvisamente a dover lavorare come badante a dispetto delle sue aspettative”.
Sono presenti delle chiare contaminazioni estetiche che si rifanno al fumetto, al videoclip, il film ne giova, risulta vivace il ritmo del racconto. E’ una trovata già ideata in sceneggiatura?
E’ chiaro che nel corso d’opera, durante le riprese e a maggior ragione perché si è deciso di costruire il film girandolo con un ordine il più possibile cronologico, insieme agli sceneggiatori e agli stessi attori venivano fuori spunti e idee nuove. Io amo particolarmente gli effetti in ripresa, e i momenti in cui il protagonista si estranea dalla realtà e attua il suo ragionamento logico causale da scienziato alle situazioni che vive, sono stati adattissimi per una rappresentazione di questo tipo che è stata poi semplicissima da realizzare dato i pochi mezzi a disposizione.
Come si riesce a rappresentare la napoletanità, la città stessa, senza cliché?
“Prima di capitare a Napoli non avevo idea di quanto questa fosse una metropoli contemporanea realmente multietnica, realmente, perché avviene, a differenza di Milano ad esempio, una completa integrazione tra i napoletani e gli stranieri che arrivano e si stabiliscono nei quartieri, soprattutto nella zona che ne rappresenta il cuore. Gli autoctoni vivono questi insediamenti veri e propri, che si costituiscono come dei ghetti aperti, con indifferenza, con normalità. Il mio punto di vista è stato quello di mostrare una coabitazione forzata tra le diverse etnie, dove ‘forzata’ è da intendere in un’accezione non negativa, in quanto il fatto che restino comunque delle differenze, che non ci si mischi del tutto ma che ogni identità venga rispettata, è un fatto positivo. Questo avviene tra l’altro maggiormente in quelle zone malfamate e per niente confortevoli, in cui certi disagi sono comuni a tutti. Ci sono voluti otto mesi e un lavoro intensissimo di casting per trovare il nostro protagonista Srilankese, per me era importante che fosse, a parte capace di recitare, ma soprattutto che avesse davvero origini Srilankesi e che contemporaneamente conoscesse l’Italia, in modo da poter attuare una comunicazione completa e operare degli scambi che fossero fruttuosi nello studio e nella costruzione del personaggio”.
Finalmente una regista donna che riesce ad esprimersi, in Italia emergono con difficoltà.
“Ed è proprio lo spunto da cui parte la riflessione che il movimento di cui faccio parte, il MAUDE, Movimento Lavoratrici dello Spettacolo propone. Iniziativa che intende diventare un’Associazione e si prefigge di promuovere e favorire l’accesso delle donne al settore, la possibilità di lavorare, considerando che siamo in tante, inspiegabilmente in un mondo sommerso, perché chiamate culturalmente a scegliere tra famiglia e lavoro”.
La Parola ora ai protagonisti Peppe Servillo, Gianfelice Imparato e Saman Anthony. Cosa vi ha spinto a cimentarvi in questa storia, a lavorarci?
Gianfelice: “Che la regista non fosse napoletana, per me ha rappresentato subito un motivo valido per raccontare uno spaccato della mia città, ritengo che in questo modo si fugga più facilmente da facili cliché ed eccessive drammatizzazioni, inoltre con tutti i componenti della troupe e soprattutto gli abitanti del “Cavone” si è creato un clima goliardico e grottesco che ci ha fatto divertire tantissimo. Le persone si sono subito abituate alla nostra presenza, il fatto che ci fosse “il cinema” non li ha impressionati più di tanto, lì sono abituati a scene surreali!”.
Peppe: “ Il fatto che la maggior parte della storia, soprattutto per me, si svolgesse nella dimensione teatrale del “caseruopolo” sul tetto, mi ha tranquillizzato. Il registro della commedia non mi è famigliare, e restare protetto dal “palcoscenico” che il rifugio sul tetto ha rappresentato, nell’intimità data dalla presenza di pochi attori, mi ha messo a mio agio”.
Saman: “Questo è stato il mio primo film, un’esperienza importantissima per cui non finirò mai di ringraziare Paola che mi ha dato questa opportunità. Sono stato felice di tornare a Napoli dopo averci vissuto parecchi anni, e ritrovare nella storia esattamente le dinamiche reali che avvengono nell’integrazione tra etnie diverse”.
Un ultima domanda a Fabrizio Mosca. A partire da ‘I 100 passi’ che ti inserisce nel panorama dei produttori importanti indipendenti, passando per ‘I Galantuomini’ del pugliese Winspeare e ancora il recentissimo ‘Una vita tranquilla’ con Tony Servillo, sono tutte storie del sud. Cosa ti spinge a mantenere questa costante?
“Principalmente il fatto che io sia napoletano. Il Sud è ricco di problematiche che permette l’esistenza di vite straordinarie, che possono essere raccontate con immediatezza. Tuttavia voglio produrre presto una storia ambientata nel territorio del nord est italiano, un altro contesto che offre a mio avviso, molti spunti”.




