Principalmente il rapporto Allen – P
sicoanalisi si fonda su basi fortemente freudiane (non a caso il regista cita spesso lo psicologo austriaco): vediamo infatti al centro dei suoi ragionamenti e delle sue nevrosi nelle diverse opere il sesso, la madre, l’indipendenza affettiva. Il sesso si ritrova in moltissime sue opere, a volte marginalmente (si pensi all’imbarazzo che Allen prova nell’acquistare una rivista pornografica in Bananas) a volte costituendo il tema portante (facilissimo da ricordare a questo proposito Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso ma non avete mai osato chiedere. Ma non parliamo di sesso in quanto atto espresso, poiché in Allen il sesso è vissuto quasi sempre come un atto mancato, una chiave nevrotica; ciò che accosta in maniera indissolubile Allen alla psicoanalisi è in definitiva l’immagine che lui dà della pratica psicoanalitica. Non dobbiamo dimenticare il suo ambiente di vita, New York: una NY che, forse esagerando, è stata analizzata da Allen stesso. La frenetica vita borghese della Grande Mela, l’assenza di rapporti reali e veraci, la moda della psicoanalisi (molte star sono andate in analisi, solitamente per poche sedute: non dimentichiamo che in USA lo psicanalista è diverso dallo psicanalista europeo, è visto più come un confidente, un appoggio di poche ore senza un vero obiettivo terapeutico) sono al centro della sua lunga riflessione; riflessione che, secondo molti specialisti del settore, ha addirittura sdoganato la figura dell’analista facendogli “pubblicità”: infatti Allen ci fornisce la figura dell’analista umano, non estraneo (al cinema la figura dello psichiatra/psicologo non era mai stata trattata benissimo, essendo questi spesso raffigurati come pazzi, squilibrati, diabolici).Possiamo dire che ogni opera di Allen è attraversata da diversi discorsi che riguardano la psicanalisi e generalmente la mente umana (dalle primissime opere fino agli ultimi lavori – vedi ad esempio Match Point): prenderne qualcuna come esempio non è facile, sia per l’abbondanza di esempi, sia per ragioni di spazio. Ritengo molto aderenti al discorso fin qui intrapreso due opere: Zelig ed Edipo Relitto.
Nel 2007 ad un 65enne napoletano viene riscontrato un disturbo psichiatrico che non aveva precedenti, e dunque nessuna storia clinica: egli si immedesimava con l’ambiente circostante, tentava di prendere le sembianze di chi aveva di fronte (se era in un bar diceva di essere barman e parlava di cocktail, in un ristorante era un cuoco per diabetici). Venne dato un nome al nuovo disturbo: Zelig-like Syndrome.
Ovviamente il nome del disturbo è tratto da uno dei capolavori assoluti del regista americano, ovvero Zelig (1983). Nel film Allen interpreta Leonard Zelig, un uomo camaleontico, che si immedesima in tutti gli ambienti che lo circondano non essendo dotato di una memoria personale, e si cala in ogni ruolo e professione che incontra. Preso in terapia da una psicologa (Mia Farrow), si innamorerà di lei, ma seguiranno altre peripezie (non vorrei rovinarvi la visione del film se vi manca). Diciamo che Zelig è la prova più istrionica di Allen, che trasforma sé stesso un grandissimo numero di volte all’interno della pellicola, non permettendoci mai di capire chi è davvero Leonard Zelig. Forse è qui il punto di Zelig: nessuno capisce mai sé stesso fino in fondo, mentre si sforza di conoscere l’altro (un chiaro richiamo, questo, alle filosofie orientali ma anche al celeberrimo motto delfico); se un soggetto non è sé stesso, ma tutto il resto, siamo di fronte al paradosso più totale. L’ironia che pervade Zelig ed ogni altra opera di Allen, ironia tipicamente ebraica (come del resto le sue origini ed il suo retroterra culturale – non dimentichiamo che all’anagrafe Woody Allen è Allen Stewart Konigsberg), la ritroviamo nella sua opera più legata alla psicoanalisi, fin dal titolo: Edipo Relitto (capitolo del corale New York Stories, 1989). In questo breve film Allen è un avvocato ebreo di New York perseguitato da una madre ingombrante, invadente, che vuole avere il controllo della sua vita fino alla scelta della sua compagna. Grazie ad un mago riuscirà a far sparire la madre, che riapparirà comunque, imperterrita, fra i cieli di New York, spiattellando a tutti ogni sua intimità.
Edipo relitto, Edipo ribaltato senza dubbio: il complesso edipico teorizzato da Freud prevedeva un’attrazione verso la madre nella fase infantile, non regredita allo stato naturale con la crescita. In questo caso sembra che il complesso sia indistricabilmente cucito nell’inconscio del personaggio, che pur volendo non riesce a scrollarsi di dosso la figura della madre/padrona.
Abbiamo solo toccato brevemente il discorso che avvicina Allen alla psicoanalisi, poiché troppo vasto per essere ben riassunto in questa sede; vorrei dunque scusarmi anticipatamente per le omissioni che obbligatoriamente ho dovuto fare e per la stringatezza del ragionamento: tutto ciò che leggerete di negativo in questo articolo, è comunque responsabilità del firmatario.




