Venerdì, 26 Marzo 2010 14:28

La via di Kurosawa

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Avrebbe compiuto 100 anni lo scorso 23 Marzo, il maestro Kurosawa. Probabilmente, qui da noi il nome più riconoscibile del cinema giapponese per le generazioni non giovanissime, assieme a quello del suo attore feticcio Toshiro Mifune (che col regista collaborò costantemente fino alla metà degli anni 60).

Sempre per quelle generazioni, il nome del prolifico regista è legato per lo più all’opera più famosa – e imitata – della sua intera filmografia: I sette samurai, epopea medievale di riscatto contadino che ha ispirato reinterpretazioni eccellenti in epoche e continenti diversi (dal western de I magnifici sette al più “recente” ed innocuo 3D di A bug’s life). Tuttavia, moltissimi sono i titoli validi – quasi tutti, invero – della sua lunga carriera.

E a proposito di carriera, non si può non mettere in rilievo uno dei paradossi maggiori dell’alterna fortuna legata alle sue pellicole. Nonostante la maggior parte di esse siano ambientate nel periodo feudale e siano intimamente legate a tradizioni ed eventi fuor di dubbio nazionali, in patria il pubblico pare non abbia mai apprezzato fino in fondo Kurosawa perché accusato di avere uno stile troppo occidentale. Di certo fu una personalità molto colta ed aperta alle suggestioni culturali provenienti dall’estero, questo è vero. La sua intera opera è disseminata di citazioni, riferimenti e vere e proprie reinterpretazioni di romanzi e prodotti culturali non giapponesi. I più noti sono Shakespeare, Dostoevskij, ed Ed McBain, ma si può dire che la sua curiosità e conoscenza per la letteratura europea ed americana erano certo molto ampie e documentate. Tuttavia, egli stesso raccontava di non aver mai compreso fino in fondo il perché di questa ostilità da parte della critica nipponica, laddove in Europa – e soprattutto in Francia, paese che il maestro amava moltissimo, ampiamente ricambiato - invece il suo cinema continuava ad essere amato e apprezzato anche quando il suo percorso professionale diventò più problematico e meno gratificante.

Fra i suoi titoli più belli ne ricordiamo giusto qualcuno, per brevità. Prima del successo del già citato e conosciutissimo I sette samurai c’era stato il bellissimo Rashōmon (film del 1950 rifatto poi quasi 15 anni dopo a Hollywood grazie ne L’oltraggio con Paul Newman) ove, innanzi ad un tribunale, tre persone fornivano ciascuna la propria versione di un delitto del quale erano stati testimoni, fornendo una visione poco rassicurante e sfaccettata della verità. L’anno dopo aveva girato la sua personale versione de L’idiota di Dostoevskij e quello dopo ancora il poetico Vivere, esempio di delicato neorealismo e lontano dalle più ricorrenti epopee storiche in costume. Dopo, invece, i lavori più dichiaratamente shakespeariani: Il trono di sangue, adattamento del Macbeth, e lo spettacolare e sanguinolento Ran, reinterpretazione colossale del Re Lear. Ma in mezzo ci sono stati altri lavori, alcuni dei quali rivelatisi dei veri e proprio flop in patria. In particolare l’imponenteBarbarossa del 1965, che non riuscì a ricoprire le ingenti spese di produzione, e lo sfortunato Dodes'ka-den del 1970, che non ottenne affatto il riconoscimento sperato portando il regista allo sconforto assoluto. Lo smacco finale arrivò però poco dopo, quando fu rimpiazzato dalla 20th Century Fox mentre stava lavorando sulla megaproduzione di Tora! Tora! Tora!, evento che lo portò addirittura ad un tentativo di suicidio.

Uno degli ultimi capolavori che Kurosawa ci ha regalato però non è ispirato direttamente ad un romanzo europeo, né proiettato nella distanza temporale delle burrascose epoche feudali. Si tratta bensì di un’opera molto visionaria, probabilmente sottostimata proprio perché eterogenea ed imperfetta, ma sicuramente una delle sue creazioni più personali e poetiche: Sogni, del 1990, film a episodi - 8 in tutto - che restituiscono una visione lirica, tradizionale e finanche tormentata (l’incubo atomico della parte finale) del Giappone, oggetto di un amore dato e non sempre ricambiato.

E’ forse questo il suo vero film testamento, più che l’ultimo film effettivamente girato (Madadayo, del 1993). Ed è proprio con Sogni, questo titolo così etereo ed onirico, che ci piace ricordare la fine della sua prolifica e tormentata carriera.

In occasione del centenario, diverse sono state le iniziative per celebrare il regista. A Roma, senz’altro meritevole è stata l’idea della Casa del Cinema di proiettare il film Ran in versione originale sottotitolata per presentarne l’uscita in bluray da parte della Universal (che si occuperà in futuro del recupero dei titoli del regista nipponico in questo supporto, con tanto di speciali ed interviste).

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