01 Mar
Cinemagia. Ossia il cinema che serve
Scritto da Angela Bacciaglia |
 
Il pubblico che in data 28 dicembre 1895, riunito al Gran Cafè del Boulevard des Capucines a Parigi, ha assistito alla prima proiezione cinematografica della storia, probabilmente non sospettava che un giorno sarebbe stato ricordato come primo testimone di una nuova lingua espressiva talmente potente da rivoluzionare, negli anni a seguire, l’intero dizionario comunicativo mondiale.

È altrettanto probabile che nemmeno i fratelli Lumiere sapessero davvero la straordinarietà dell’invenzione del loro oggetto chiamato cinématographe , in grado di essere macchina da presa e proiettore. Volendo riassumere a grandi linee il funzionamento di tale dispositivo, esso era in grado di riprodurre immagini in successione impresse su una pellicola, creando così un effetto di movimento.

Non era il contenuto a stupire, bensì la semplice sequenza di scatti che generalmente andavano a pescare nel quotidiano trasfigurati però in una nuova dimensione, uno schermo verticale, in cui ogni oggetto e ogni azione divenivano magici e imprevedibili. I primi documenti cinematografici fatti visionare al pubblico dai fratelli Lumiere avevano la durata di pochi secondi, e quello che viene considerato il primo film Uscita dalle fabbriche Lumiere durava appena cinquanta secondi.

Verso la fine dell’800 e nei primi del ‘900 la società di massa impara a sognare e a proiettarsi nel futuro con una visione ottimistica grazie a un raggiungimento del benessere e del piacere forse senza precedenti, spirito alimentato soprattutto dalle Esposizioni Universali, considerate le prime e vere forme di spettacolarizzazione delle merci, delle innovazioni e dei progressi della civiltà occidentale.

Il cinema va ad aggiungersi all’euforia e al divertimento che caratterizzano quel periodo. Nascono le prime sale cinematografiche e nel giro di un decennio il cinema diviene intrattenimento. Il libro non muore, il teatro nemmeno, ma il cinema ha la forza di essere semplice e immediato e in particolare di arrivare a tutti.

Il cinema non nasce per istruire, ma per stupire e questa capacità viene distribuita dietro un immediato compenso da parte dello spettatore che così si riscatta da una giornata di lavoro e di responsabilità.

Il cinema è una macchina per fare soldi, i produttori se ne accorgono subito e subito credono che se le persone continuano a sognare è anche grazie a loro. Lo spettatore trova così affascinante questo mondo di celluloide che vorrebbe farne parte. Il cinema non era pretenzioso, non era nato per diventare la settima arte, non era nato per arricchire le nostre vita, ma solo per sospenderle un paio d’ore dalla scalpitante modernità e produttività di serie.

Poi sono arrivati Charlie Chaplin e Buster Keaton, quelli che dicevano che "Far ridere è una cosa seria", i fratelli Marx, i divi di Hollywood, il neorealismo italiano, il cinema di Truffaut, i musical. Il cinema si era così discostato da quella prima proiezione! Era diventato strumento di denuncia oltre che di passatempo, era la visione sul futuro, la ricerca del passato, era diventato un mestiere con attori e registi che studiavano e non improvvisavano. C’erano storie da raccontare, personaggi da far vivere. In mezzo a tutto questo c’è un aspetto che non è mai morto nel cinema, che sia esso puro e volgare intrattenimento o scossa prepotente nella coscienza umana; esso è una macchina per fare soldi. È come una fabbrica di dolciumi, di scarpe, di mobili, è una fabbrica perché costruisce, anche se mi piace pensare che dietro ogni costruzione ci sia un tocco di poesia che forse i fabbricanti di scarpe non sempre possiedono.

Il dibattito che spesso anima gli intellettuali cinematografici e il resto degli appassionati, è se il cinema debba essere una risata vuota oppure debba essere fatto da soli maestri che abbiano da dirci qualcosa d’importante. L’arrivo del Natale per il cinema in generale, è proficuo. Ai botteghini esultano le commedie di autori e di attori che si fanno vivi quasi solo e sempre a dicembre di ogni anno, con una trama che sappiamo ancor prima di vedere e di leggerne a proposito, eppure queste pellicole sono sempre le prime in classifica. Sebbene a volte mi interrogo su tale risultato, non mi viene certo da condannare gli spettatori che scelgono questo filone, ma mi stupisce che non vogliano più stupirsi. Non voglio limitarmi nel dire che i film demenziali sono porcherie, spesso fanno quella stessa fine i così detti film impegnati. Quando i fratelli Lumiere avevano proiettato L’arrivo di un treno alla stazione de la Ciotat, gli spettatori erano corsi per proteggersi dietro alle sedie perché avevano il brutto presentimento che la locomotiva potesse schiacciarli. Ora, non che questo sia ancora possibile nelle sale cinematografiche, ma quello che gli addetti ai lavori dovrebbero continuare a perseguire, indipendentemente dal genere di film che si intende portare sullo schermo, è di mettere in atto la novità, il che può coincidere anche con un argomento mille volte trattato se si rivoluzionano le vie espressive per arrivare ad ottenere un vero e proprio impatto con lo spettatore.

Alcune volte, il giorno dopo aver assistito a un film, non ci ricordiamo il titolo o non ne ricordiamo perfettamente le scene fino a svanire totalmente e scivolare nello scantinato buio del nostro cervello e del nostro cuore. Ci sono film che si potrebbero risparmiare dal fare? Indubbiamente sì perché sono vuoti, perché non ci hanno entusiasmato, perché non ci hanno cambiato né lasciato nulla.

Il cinema, proprio perché arte e sistema di comunicazione dovrebbe trasformare ogni opera in un piccolo monumento alla sacralità della vita, dovrebbe celebrare l’evoluzione della vita e la sua bellezza e soprattutto non dovrebbe propinare soluzioni ai problemi, semplicemente incalzare altre domande e questo a mio avviso si può fare in un solo modo, sorprendendo. Concedere allo spettatore quello che desidera è come condannarlo alla monotonia dell’animo, il che è un peccato piuttosto grave perché così rimarrebbe il solito vecchio spettatore. Bisognerebbe sforzare ogni individuo, non a far apprezzare necessariamente la nuova strada, ma perlomeno a fargliela vedere.

Ma poi i produttori si ricordano che c’è un box office, che ogni fabbrica che si conviene deve avere un conto attivo, così l’unica responsabilità che hanno nei confronti del pubblico se la dimenticano. Il mio unico appello a questo punto è Meravigliatemi!

doppioschermo

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