Tanto possono le tecnologie digitali nel secolo ventunesimo, che da qualche tempo a questa parte i film tratti da fumetti arrivano al cinema all'allarmante media di uno al mese. Trattasi oramai in gran parte di "risibili porcherie" (il Daredevil di Ben Affleck rimane difficilmente eguagliabile, ma la Catwoman di Halle Berry e La leggenda degli uomini straordinari non sono poi così distanti; menzione speciale per la sezione delle "schifezze d'autore", tra cui spicca l'Hulk di Ang Lee), piovute in massa sui nostri schermi dopo il primo spartiacque fondamentale della storia del genere: Batman (1989) di Tim Burton, che ha reso il genere "adulto", emancipandolo dalle ipervoluminose baracconate alla Superman o alla Flash Gordon e affrontando in modo più profondo l'introspezione psicologica sia dei buoni (si noti il travaglio interiore dello Spiderman di Sam Raimi) sia dei cattivi (e a questo riguardo è memorabile la categoria di villains sfornati dai vari capitoli della saga dell'Uomo Pipistrello, su tutti il Joker de Il cavaliere oscuro, per chi scrive il miglior superhero-movie della storia). Non sono però mancate interessanti zone d'ombra, come l'adattamento della graphic novel From Hell di Alan Moore ed Eddie Campbell, diventato La vera storia di Jack lo Squartatore (Allen e Albert Hughes, 2001).
Il rapporto tra cinema e fumetto ha avuto però nel 2005 una nuova e improvvisa inversione a U, uno stupefacente stravolgimento stilistico che tuttavia non ha (o non ha ancora) inciso sulla sostanza del genere più di quanto potesse fare un restyling ben congegnato. Sin City di Robert Rodriguez, tratto dalla serie della Dark Horse Comics disegnata da Frank Miller, è comunque una pellicola nodale: ha preso i colori burtoniani, il Kitsch di Joel Schumacher, le musiche ipertrofiche di John Williams, la megalomania delle iper-produzioni, insomma tutto quanto "fa fumetto"; li ha accartocciati e li ha buttati nel cestino, proponendo una svolta estetica di 180° in cui le componenti della messa in scena si sono fatte ancora più invisibili e impalpabili. Il set, semplicemente, non esiste: la quasi totalità delle scene consiste nel mettere gli attori davanti a un panno blu (o verde), nell'esaltazione più alta del chroma key. La strategia adottata da Robert Rodriguez, per l'occasione ancora più citazionista del suo maestro Quentin Tarantino, è stata abbinare gli stilemi classici del noir hollywoodiano anni '40 alle tavole originali di Miller, in molti casi riprodotte fedelmente con risultati molto suggestivi. L'effetto è senza dubbio formidabile, ma già contiene in sè il germe della riflessione: in che modo un prodotto dai buoni incassi (oltre 250 milioni di dollari in tutto il mondo, tra l'altro non tantissimi) potrà essere sfruttato dalle fameliche majors? Quale sarà il valore dei fratelli minori di Sin City, che non potranno contare su quella specie di "effetto-sorpresa" che ha decretato il successo del film di Rodriguez?
Il rapporto tra cinema e fumetto ha avuto però nel 2005 una nuova e improvvisa inversione a U, uno stupefacente stravolgimento stilistico che tuttavia non ha (o non ha ancora) inciso sulla sostanza del genere più di quanto potesse fare un restyling ben congegnato. Sin City di Robert Rodriguez, tratto dalla serie della Dark Horse Comics disegnata da Frank Miller, è comunque una pellicola nodale: ha preso i colori burtoniani, il Kitsch di Joel Schumacher, le musiche ipertrofiche di John Williams, la megalomania delle iper-produzioni, insomma tutto quanto "fa fumetto"; li ha accartocciati e li ha buttati nel cestino, proponendo una svolta estetica di 180° in cui le componenti della messa in scena si sono fatte ancora più invisibili e impalpabili. Il set, semplicemente, non esiste: la quasi totalità delle scene consiste nel mettere gli attori davanti a un panno blu (o verde), nell'esaltazione più alta del chroma key. La strategia adottata da Robert Rodriguez, per l'occasione ancora più citazionista del suo maestro Quentin Tarantino, è stata abbinare gli stilemi classici del noir hollywoodiano anni '40 alle tavole originali di Miller, in molti casi riprodotte fedelmente con risultati molto suggestivi. L'effetto è senza dubbio formidabile, ma già contiene in sè il germe della riflessione: in che modo un prodotto dai buoni incassi (oltre 250 milioni di dollari in tutto il mondo, tra l'altro non tantissimi) potrà essere sfruttato dalle fameliche majors? Quale sarà il valore dei fratelli minori di Sin City, che non potranno contare su quella specie di "effetto-sorpresa" che ha decretato il successo del film di Rodriguez?
E' stato 300 (Zack Snyder, 2007) il primo a fornire la risposta. Tratto da un altro graphic novel di Frank Miller, a sua volta ispirato al film The 300 Spartans di Rudolph Maté, 1963, è un racconto che si vorrebbe trasudante d'epica ma che alla prova dei fatti non riesce ad andare oltre la propria dimensione di teen-movie agli estrogeni. Aveva addirittura sollevato polemiche intercontinentali per una presunta "giustificazione" di un imminente attacco statunitense all'Iran, con tanto di protesta ufficiale dell'inquietante premier iraniano Ahmadinejad, ma, come ha opportunamente scritto Gene Seymour su Newsday: "non è un film nè fascista nè razzista, è solamente troppo maledettamente stupido per supportare qualsiasi teoria ideologica". Eccessivo, smisurato, figurativamente debordante, ma anche contraddistinto da un fragoroso vuoto pneumatico che esplode in sequenze inutilmente pompose e magniloquenti (barriere costruite dagli spartani con migliaia di resti umani persiani!) senza neanche una goccia di quell'ironia che già era merce rara in Sin City. Ovviamente splendido nella forma, e per questo ancor più deludente nella sostanza, nella sua - ad esempio - inesistente caratterizzazione di qualsiasi personaggio, fino alla becera e aberrante (drammaturgicamente parlando) idea di identificare i personaggi negativi con "difetti" fisici o morali: ecco perciò il deforme Efialte, traditore del suo popolo, mentre l'ipercattivo Serse è bardato come il portabandiera di un gay pride e porta in dote un ridicolo vocione da cattivo di Highlander.
La nuova frontiera del cinefumetto ha insomma enormi margini di miglioramento, che non sono tuttavia stati riscontrati nel recentissimo The Spirit (pur diretto da Frank Miller medesimo, e perciò contraddistinto dal suo tipico e bizzarro senso dell'umorismo e del grottesco: un buon passo avanti) e che probabilmente non vedremo neanche nel secondo capitolo di Sin City, previsto per il 2010 (con le new entries Rachel Weisz e, forse, Johnny Depp) e sempre diretto da Robert Rodriguez e nell'imminente Watchman di Snyder, tratto dall'omonima graphic novel di Alan Moore il quale si è già pubblicamente dissociato dall'operazione.
La nuova frontiera del cinefumetto ha insomma enormi margini di miglioramento, che non sono tuttavia stati riscontrati nel recentissimo The Spirit (pur diretto da Frank Miller medesimo, e perciò contraddistinto dal suo tipico e bizzarro senso dell'umorismo e del grottesco: un buon passo avanti) e che probabilmente non vedremo neanche nel secondo capitolo di Sin City, previsto per il 2010 (con le new entries Rachel Weisz e, forse, Johnny Depp) e sempre diretto da Robert Rodriguez e nell'imminente Watchman di Snyder, tratto dall'omonima graphic novel di Alan Moore il quale si è già pubblicamente dissociato dall'operazione.
Quasi certamente è solo questione di tempo: l'interesse modaiolo passerà, usciranno di scena i registi alla Snyder e tra qualche anno anche i grandi maestri del genere non potranno fare a meno di misurarsi con le straordinarie potenzialità dell'ultradigitale. Pensare, per esempio, a cosa potrebbe combinare un Tim Burton: dopo il suo tridimensionale Alice nel paese delle meraviglie previsto per l'anno prossimo, ha già annunciato il suo interesse per alcuni manga come Mai la ragazza psichica e D.Gray-man.


